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“Un segnale di responsabilità sociale”

La notizia arriva a livello nazionale, ne parla anche l'agenzia "REDATTORE SOCIALE": Giulia Rubiu, Laura Spano e Alice Salimbeni hanno discusso la tesi di laurea magistrale in Architettura realizzata con il coinvolgimento dei giovani detenuti e degli operatori dell’Istituto Penale per i Minorenni di Quartucciu, grazie al progetto "Fuori luogo" coordinato da Barbara Cadeddu. L’orgoglio del Rettore: “Vogliamo stare insieme ai nostri concittadini: voi testimoniate il nostro desiderio di condivisione, di inclusività e di accettazione della diversità”. FOTO, VIDEO e RASSEGNA STAMPA con i servizi dei TG della RAI, VIDEOLINA e TCS
28 febbraio 2018
Giulia Rubiu, Laura Spano e Alice Salimbeni

Grazie al progetto "Fuori luogo", coordinato da Barbara Cadeddu, il percorso di studio si è intrecciato con il cammino di recupero dei giovani detenuti, che hanno condiviso le fasi dei progetti di ristrutturazione di parte del carcere

di Sergio Nuvoli

Cagliari, 1 marzo 2018 (aggiornamento) - Ancora una volta le testate giornalistiche nazionali parlano dell'Università degli Studi di Cagliari: anche "Redattore sociale", l'agenzia giornalistica quotidiana su disagio sociale, volontariato, terzo settore, dà la notizia del bellissimo segnale di responsabilità sociale dato dall'Ateneo nei giorni scorsi, quando tre studentesse di Architettura hanno discusso la tesi all'interno dell'Istituto Penale per i Minorenni di Quartucciu. Dal 2001 "Redattore sociale" è il notiziario in abbonamento più importante in Italia per i servizi informativi e di documentazione sui temi sociali. 

Il lungo e dettagliato servizio di Teresa Valiani è inserito in rassegna stampa, qui, sotto il nostro articolo.

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di Sergio Nuvoli

Cagliari, 27 febbraio 2018 - “Sono molto orgogliosa del segnale di responsabilità sociale, di condivisione, di accettazione della diversità - in questo caso di ragazzi che hanno fatto uno sbaglio nel loro percorso - che diamo questa mattina. Sono meravigliata di quello che avete fatto, e anche orgogliosa, perché il nostro Ateneo vuole vivere di queste cose, al di là del fatto che facciamo scienza, ricerca e cultura”. Così Maria Del Zompo, Rettore dell'Università di Cagliari,  si è rivolta a Laura Spano, Giulia Rubiu e Alice Salimbeni, studentesse dell’Università di Cagliari che hanno discusso la loro tesi al termine del corso di laurea magistrale in Architettura all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni di Quartucciu (Cagliari), diretto da Giovanna Allegri. Parte dei loro elaborati è stata realizzata progettando e ristrutturando alcuni spazi, e creandone di nuovi, all’interno del carcere con il coinvolgimento attivo dei giovani detenuti e degli operatori.

Laura Spano discute la tesi di laurea
Laura Spano discute la tesi di laurea
Guarda un videopitch dell'intervento del Rettore Maria Del Zompo

Il plauso del Rettore: "E' un segnale in controtendenza rispetto a chi pensa che per vincere sia sempre necessario odiare qualcuno. Avanti sulla strada dell'inclusività"

“Vogliamo stare insieme ai nostri concittadini – ha aggiunto il Magnifico - sia quando fanno cose buone, sia quando hanno sbagliato e sono impegnati in un percorso di recupero. Quello che il nostro Ateneo dà oggi è un segnale di crescita in controtendenza, in un momento in cui sembra che per vincere sia necessario odiare qualcuno. Grazie a voi, ai vostri docenti, al personale del carcere tutto questo è stato possibile”.

"Sono contenta che le famiglie abbiano accolto favorevolmente l'idea di discutere le tesi e di trascorrere un giorno così importante in un carcere - ha detto - è un bellissimo segnale. Quando parliamo di inclusività ci riferiamo anche a progetti come questo".

Le tesi di Alice Salimbeni ("Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all'IPM di Quartucciu”), Laura Spano (“Riabilitare col colore”) e di Giulia Rubiu (“La strategia Building Information Modeling  and Management applicata al caso studio dell’IPM di Quartucciu”)  hanno approfondito alcuni aspetti specifici tra i contenuti emersi  nel  laboratorio di Progettazione Architettonica II svoltosi al Dipartimento di Ingegneria civile, Ambientale e Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari, tenuto dalla prof.ssa Barbara Cadeddu, referente del progetto “Fuori luogo”.

 

Barbara Cadeddu, docente del DICAAR, coordinatrice del progetto "Fuori luogo"
Barbara Cadeddu, docente del DICAAR, coordinatrice del progetto "Fuori luogo"
TGR RAI SARDEGNA, Guarda il servizio andato in onda nell'edizione delle 14 del 27 febbraio 2018

Il direttore del DICAAR, Antonello Sanna: "Ci sentiamo straordinariamente rappresentati da quello che accade qui oggi. Il nostro studio incontra le altre scienze: così l'Università svolge davvero la sua terza missione".

“Ci sentiamo straordinariamente rappresentati da quello che accade oggi”, ha rimarcato con orgoglio Antonello Sanna, direttore del DICAAR e presidente della commissione di questa mattina. “L’Università oggi mostra ancora una volta di essere capace di coinvolgere tutti: non è una torre d’avorio, come un tempo si diceva, ma attraverso l’incontro del nostro studio, della nostra ricerca con le altre scienze svolge davvero in pieno la sua terza missione”.

Antonello Sanna e Maurizio Memoli, membri della commissione di laurea questa mattina all'IPM di Quartucciu
Antonello Sanna e Maurizio Memoli, membri della commissione di laurea questa mattina all'IPM di Quartucciu
Guarda un videopitch dell'intervento del professor Antonello Sanna

Il Presidente della Facoltà di Ingegneria e Architettura, Corrado Zoppi: "Esperienza che può spingere chi vive ora tra queste mura a proseguire, una volta fuori, nel cammino di recupero sociale intrapreso"

Una delle tesi, in particolare, ha visto la realizzazione di uno spazio autocostruito all'aperto, nelle aree verdi dell'Istituto penale, per la socializzazione e l'incontro dei ragazzi con i propri familiari. “L’architettura è tecnica – ha evidenziato il Presidente della Facoltà di Ingegneria e Architettura, Corrado Zoppi – ma contribuisce alla crescita della società. Chi ha vissuto qui tra queste mura può avere la curiosità, una volta fuori, di coinvolgersi ancora in esperienze belle come questa che si conclude oggi”.

Al processo di costruzione hanno preso parte volontari, studenti di Architettura, di Ingegneria  ma anche di Medicina, oltre ai ragazzi detenuti e agli operatori dell’Istituto. La costituzione di un gruppo misto di lavoro ha rappresentato un’occasione speciale di conoscenza e di crescita per tutti i partecipanti: per questo, la particolarità del progetto ha spinto la Commissione presieduta dal prof. Antonello Sanna a svolgere la discussione all’interno della struttura carceraria.

L'intervento di Corrado Zoppi, presidente della Facoltà di Ingegneria e Architettura
L'intervento di Corrado Zoppi, presidente della Facoltà di Ingegneria e Architettura
Guarda un videopitch dell'intervento del professor Corrado Zoppi

Multidisciplinare il team che ha seguito l'elaborazione delle tesi, con docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica: tra questi Maurizio Memoli, Ester Cois, Stefano Asili, Emanuele Mura, Maddalena Achenza, Emanuela Quaquero

Le attività didattiche si sono svolte in parte in aula e in parte all’interno del carcere e hanno visto la  partecipazione di docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica: tra questi Maurizio Memoli, Ester Cois, Stefano Asili, Emanuele Mura, Maddalena Achenza, Emanuela Quaquero che, in una ottica di multidisciplinarietà, hanno messo a disposizione le proprie competenze per la successiva fase di elaborazione delle tesi di laurea.

Il progetto “Fuori luogo” è nato dalla convenzione stipulata tra il Centro per la Giustizia Minorile per la Sardegna e il DICAAR - Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambiente e Architettura dell’Università di Cagliari al fine di ripensare e riqualificare gli spazi dell'Istituto Penale Minorile di Quartucciu, con l'obiettivo di definire criteri distributivi, funzionali ed estetici, coerenti con i bisogni emersi attraverso la partecipazione attiva dei ragazzi detenuti e degli operatori e di migliorarne il benessere.

Il Rettore interviene per un approfondimento dopo la discussione della tesi di laurea di Laura Spano
Il Rettore interviene per un approfondimento dopo la discussione della tesi di laurea di Laura Spano
TCS, guarda il servizio di Antonello Lai nel TG delle 14 del 27 febbraio 2018

RASSEGNA STAMPA

REDATTORESOCIALE.IT
Carcere: tre studentesse di architettura discutono la tesi nell’istituto per minori
Accade a Cagliari. Il Rettore Maria Del Zompo: “Orgogliosa e meravigliata per quello che avete fatto”. Le proposte elaborate insieme ai giovani detenuti per riqualificare gli spazi interni ed esterni. Realizzata una struttura per i colloqui con i familiari

01 marzo 2018

CAGLIARI –  Ragazzi che ridisegnano e riprogettano spazi vitali per restituire la quotidianità ad altri coetanei. Giovani esistenze che si incontrano, si contaminano,
abbattono muri, insieme. Accade a Cagliari, dove tre studentesse dell’università di Architettura, Laura Spano, Giulia Rubiu e Alice Salimbeni, hanno discusso la tesi nel carcere minorile di Quartucciu, diretto da Giovanna Allegri: esperienza unica in Italia e tassello finale di un percorso che ha spalancato a studenti, insegnanti, giovani detenuti, volontari e operatori le porte di un progetto che ricalca il solco tracciato due anni fa dagli Stati generali sull’esecuzione penale. Anticipando i contenuti di una riforma ‘congelata’ sull’ultimo metro.
“Sono molto orgogliosa del segnale di responsabilità sociale, di inclusività, di accettazione della diversità, in questo caso di ragazzi che hanno fatto uno sbaglio nel loro percorso, che diamo in questo momento. Sono meravigliata di quello che avete fatto e anche orgogliosa, perché il nostro Ateneo vuole vivere di queste cose, al di là del fatto che facciamo scienza, ricerca e cultura”. Così Maria Del Zompo, Rettore dell’Università di Cagliari, alle tre studentesse. Parte degli elaborati è stata realizzata progettando e ristrutturando spazi del carcere all’interno di “Fuori luogo” progetto avviato dall’insegnante Barbara Cadeddu.
“E’ iniziato tutto dal corso di progettazione architettonica della nostra professoressa – racconta Alice Salimbeni -. Con altri due ragazzi che si sono laureati a novembre, Luca Suella e Matteo Argiolas, abbiamo fatto un percorso per riprogettare diversi spazi dell’istituto assieme ai ragazzi, agli agenti, agli educatori e a tutto il personale dell’istituto. Matteo e Luca hanno discusso le tesi sul tema “Il passaggio dalla cella alla stanza” lavorando sugli interni per restituire benessere ai ragazzi rispettando i criteri di sicurezza”.
Le tesi di Alice Salimbeni (“Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all’Ipm di Quartucciu”), Laura Spano (“Riabilitare col colore”) e di Giulia Rubiu (“La strategia Building Information Modeling  and Management applicata al caso studio dell’Ipm di Quartucciu”) hanno approfondito aspetti specifici tra i contenuti emersi  nel  laboratorio di Progettazione Architettonica II che si è svolto al Dipartimento di Ingegneria civile, Ambientale e Architettura, tenuto da Barbara Cadeddu.
“Giulia ha studiato i metodi per raccontare i progetti con la realtà aumentata – spiega Alice - illustrando il progetto con un metodo sperimentale: attraverso un video che ha costruito al computer e che viaggiava negli spazi del carcere. Laura, invece, ha lavorato a un progetto sul colore con una proposta che vede la riqualificazione degli spazi del carcere in base alle tonalità e alla luce. Ha valutato quali colori fossero presenti e ha scelto le tonalità in modo da favorire alcuni aspetti sensazionali, come la quiete o la concentrazione per esempio, e valorizzare la presenza della luce”.
“Il mio progetto – racconta Alice – riguarda la realizzazione di uno spazio per gli incontri con le famiglie e il tempo libero all’aria aperta. Ho coinvolto alcuni artisti cagliaritani con i quali abbiamo organizzato una rassegna musicale, raccolto i fondi, acquistato il materiale. Abbiamo fatto il progetto, mostrato ai detenuti a cui è piaciuto e insieme a loro e a un gruppo di volontari esterni l’abbiamo realizzato. Lavorando tutti insieme, in 28 giorni costellati anche di merende e momenti comuni. Abbiamo realizzato un’area che favorisce le dinamiche relazionali, strutturata in modo da mettere le persone a proprio agio, secondo il proprio spazio vitale”.
Come è stato il primo ingresso in carcere?“La prima cosa che mi ha colpito e che poi è diventato un elemento della tesi – racconta Alice Salimbeni - è il fatto che appena sono entrata mi sono resa conto che non si vedeva più il cielo. Da nessuna parte. Se non in rettangoli stretti e lunghi. E poi che al di là delle mura non ci sono criminali ma ragazzi, perché dentro sparisce tutto. Potersi laureare in carcere, davanti a loro, è stato molto emozionante. Abbiamo lavorato con giovani tra i 15 e i 22 anni e la sensazione più forte è stata la naturalezza con cui ci siamo raccontati e il fatto che questo non influenzasse affatto le nostre azioni e le nostre conversazioni. Avevamo solo voglia di costruire”.
“Può sembrare strano – sottolinea Barbara Cadeddu – ma la discussione in carcere è avvenuta naturalmente, senza alcuna forzatura. Dopo un anno intenso, in maniera progressiva, rispettando ciascuno le prerogative e i ruoli dell’altro, il mondo dell’università e dell’amministrazione della giustizia minorile hanno portato avanti un percorso di conoscenza reciproca”.
“Al processo di costruzione dello spazio per l’incontro con le famiglie hanno partecipato anche gli studenti di Ingegneria e di Medicina – spiega una nota dell’Ateneo -. La costituzione di un gruppo misto di lavoro ha rappresentato un’occasione speciale di conoscenza e di crescita per tutti i partecipanti e proprio la particolarità del progetto ha spinto la Commissione presieduta dal prof. Antonello Sanna a svolgere la discussione in carcere. Le attività didattiche hanno visto la partecipazione di docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica tra cui Maurizio Memoli, Ester Cois, Stefano Asili, Emanuele Mura, Maddalena Achenza, Emanuela Quaquero.
“Il progetto è nato da una richiesta di aiuto arrivata da una funzionaria del Centro di giustizia minorile per la Sardegna – racconta Barbara Cadeddu - per affrontare i problemi legati al degrado fisico dell’istituto penale. Federica Paloma ha bussato alla mia porta di docente precaria e appassionata, da sempre impegnata nel campo della rigenerazione urbana e dell’innovazione sociale. Non mi ero mai occupata di carceri prima e ho studiato moltissimo, chiedendo a mia volta aiuto a persone di grande spessore, primo tra tutti l’architetto Luca Zevi, consulente del ministro Orlando, che con estrema generosità ci ha accompagnato in questo percorso. Hanno partecipato al progetto Luigi Manconi, Valentina Calderone e molti altri docenti. Ciascuno mettendo a disposizione le proprie competenze. Da ultimo, credo che l’impegno, la dedizione e la maturità con cui gli studenti prima, i laureandi e i volontari poi, hanno affrontato il tema proposto e la qualità del rapporto che si è instaurato tra questi e i giovani detenuti, possano rappresentare un forte messaggio di fiducia per il futuro”. (Teresa Valiani)

REDATTORE SOCIALE
REDATTORE SOCIALE

L’UNIONE SARDA di mercoledì 28 febbraio 2018
Provincia di Cagliari (Pagina 22 - Edizione CA)
La sfida delle neo architette:
«Il carcere può essere bello» 
QUARTUCCIU. Tre studentesse hanno duscusso la tesi nell'istituto per minori

La commissione schierata, i parenti con i mazzi di fiori e le macchine fotografiche sono lo scenario tradizionale delle lauree, ma ieri mattina tre studentesse hanno completato gli sudi di Architettura all'interno del carcere minorile di Quartucciu. Laura Spano, Giulia Rubiu e Alice Salimbeni per lavorare alle loro tesi hanno passato un po' di tempo all'interno dell'istituto minorile a stretto contatto coi giovani detenuti grazie al progetto “Fuori Luogo” curato dalla professoressa Barbara Cadeddu nell'ambito del laboratorio di Progettazione architettonica II del dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e Architettura.
LE TESI L'istituto non è nato per ospitare ragazzi e le tre neodottoresse hanno studiato come trasformare la struttura migliorando le condizioni di vita dei giovani detenuti e dei loro parenti in visita ma anche quelle di lavoro degli operatori e della polizia penitenziaria.
I COLORI Laura Spano ha discusso la sua tesi “Spazio al colore” analizzando tutte le sfumature cromatiche presenti nei vari ambienti del carcere proponendo variazioni che portino benessere abbinando i colori alle luce. Giulia Rubiu con “La strategia Building information modeling and management applicata al caso studio dell'Ipm di Quartucciu” ha sfruttato le tecnologie della realtà virtuale e della cosiddetta realtà aumentata per ri-immaginare gli spazi assieme ai detenuti.
GLI ESTERNI Alice Salimbeni per la sua tesi “Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all'Ipm di Quartucciu”, ha lavorato assieme ai ragazzi ascoltando i loro bisogni e realizzando alcune strutture all'esterno come alcune panche di legno che permettono di osservare il cielo attraverso finestre senza sbarre.
IL RETTORE Alle lauree dietro le sbarre ha partecipato anche il rettore Maria Del Zompo che si è detta «sorpresa, meravigliata e molto orgogliosa» del percorso fatto dalle studentesse assieme ai docenti e ai ragazzi del carcere. Ha voluto ringraziare le famiglie delle studentesse «perché hanno accettato con molta serenità di fare la proclamazione della tesi in questo ambiente, è un bellissimo segnale di responsabilità sociale e di accettazione della diversità, in questo caso di ragazzi che hanno fatto degli errori nel loro percorso».
LA DIRETTRICE La direttrice dell'istituto Giovanna Allegri ha sottolineato la sensibilità delle studentesse. «Ci hanno fatto vedere un carcere bello e non c'è scritto da nessuna parte che il carcere debba essere brutto - ha spiegato - se riusciamo a circondarci di cose belle stiamo tutti meglio: i ragazzi, gli operatori di polizia e gli educatori».
Marcello Zasso

L'UNIONE SARDA
L'UNIONE SARDA

ANSA
Architettura per carceri più "vivibili"
Tre tesi laurea col contributo minori detenuti a Quartucciu

(ANSA) - CAGLIARI, 27 FEB -Tre tesi di laurea magistrale in architettura discusse davanti a una vera commissione questa mattina nel carcere minorile di Quartucciu, nell'hinterland cagliaritano: tutti i lavori sono stati realizzati con la collaborazione degli istituti di pena e dei giovani detenuti. Al centro un gruppo di lavoro misto con i detenuti che hanno indicato ai laureandi bisogni e aspettative per un carcere diverso, "più bello e abitabile".
Non solo carta e parole. Tra i risultati del progetto denominato "Fuori luogo" anche uno spazio all'aperto nelle aree verdi per la socializzazione e l'incontro con i familiari.  Emblematici i titoli delle tesi. "Dalle celle alle stalle: uno spazio autocostruito" di Alice Salimbeni, "Spazio al colore" di Laura Spano, "La strategia building information modeling and management applicata al caso studio" di Giulia Rubiu. Tutto nasce dal laboratorio di progettazione architettonica del dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e architettura dell'Universitá di Cagliari.
Le lezioni sono state tenute dalla docente Barbara Cadeddu. Le attività didattiche si sono svolte in parte in aula e in parte all'interno del carcere. Coinvolti docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica. Ma anche gli operatori che ogni giorno lavorano all'interno dell'istituto.
"Nei lavori - ha spiegato la direttrice del penitenziario Giovanna Allegri - ci sono le immagini di un carcere bello e funzionale. Niente vieta che un carcere debba essere bello. Si può realizzare". Commossa Maria Del Zompo, rettrice dell'Ateneo di Cagliari: "sono contenta che le famiglie abbiano accolto favorevolmente l'idea di discutere le tesi e di trascorrere un giorno così importante in un carcere - ha detto - è un bellissimo segnale. Quando parliamo di inclusività ci riferiamo anche a progetti come questo".

ANSA
ANSA

L’UNIONE SARDA
Tre studentesse di Architettura discutono la tesi di laurea nel carcere minorile di Quartucciu
Con il servizio VIDEO di Veronica Fadda andato in onda nell’edizione delle 14.30 del 27 febbraio 2018 del TG di Videolina

Laura Spano, Giulia Rubiu e Alice Salimbeni sono tre studentesse del corso di laurea magistrale in Architettura dell'Università di Cagliari che hanno scelto di discutere la loro tesi di laurea all'interno del carcere minorile di Quartucciu.
Un elaborato, il loro, realizzato in parte progettando e ristrutturando alcuni ambienti dell'Istituto carcerario con il coinvolgimento degli operatori e di alcuni giovani detenuti: le studentesse hanno infatti frequentato per mesi la struttura nell'ambito del progetto "Fuori luogo" (un piano nato dalla convenzione stipulata tra il Centro per la Giustizia Minorile per la Sardegna e il DICAAR - Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambiente e Architettura dell'Università di Cagliari al fine di ripensare e riqualificare gli spazi dell'Istituto Penale Minorile di Quartucciu).
"Sono molto orgogliosa del segnale di responsabilità sociale, di inclusività, di accettazione della diversità, in questo caso di ragazzi che hanno fatto uno sbaglio nel loro percorso, che diamo oggi - ha detto Maria Del Zompo, rettore dell'Università di Cagliari -. Sono meravigliata di quello che avete fatto, e anche orgogliosa, perché il nostro Ateneo vuole vivere di queste cose, al di là del fatto che facciamo scienza, ricerca e cultura - ha aggiunto -. Sono contenta che le vostre famiglie abbiano accolto favorevolmente l'idea di discutere le tesi e di trascorrere un giorno così importante in un carcere - ha spiegato - è un bellissimo segnale. Quando parliamo di inclusività ci riferiamo anche a progetti come questo".
Le tesi di Alice Salimbeni ("Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all'IPM di Quartucciu"), Laura Spano ("Riabilitare col colore") e di Giulia Rubiu ("La strategia Building Information Modeling and Management applicata al caso studio dell'IPM di Quartucciu") hanno approfondito alcuni aspetti specifici tra i contenuti emersi nel laboratorio di Progettazione Architettonica II svoltosi al Dipartimento di Ingegneria civile, Ambientale e Architettura, tenuto da Barbara Cadeddu, referente del progetto "Fuori luogo".
Una delle tesi, in particolare, ha visto la realizzazione di uno spazio autocostruito all'aperto, nelle aree verdi dell'Istituto penale, per la socializzazione e l'incontro dei ragazzi con i propri familiari.
Al processo di costruzione hanno preso parte volontari, studenti di Architettura, di Ingegneria ma anche di Medicina, oltre ai ragazzi detenuti e agli operatori dell'Istituto.
(Unioneonline/s.a.)

L'UNIONE SARDA e VIDEOLINA on line
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YOUTG.NET
Dalle celle alle stelle: laurea nel carcere minorile (con i ragazzi) per tre studentesse di architettura

CAGLIARI. “Sono molto orgogliosa del segnale di responsabilità sociale, di inclusività, di accettazione della diversità - in questo caso di ragazzi che hanno fatto uno sbaglio nel loro percorso - che diamo questa mattina. Sono meravigliata di quello che avete fatto, e anche orgogliosa, perché il nostro Ateneo vuole vivere di queste cose, al di là del fatto che facciamo scienza, ricerca e cultura”.
Così Maria Del Zompo, Rettore dell'Università di Cagliari,  si è rivolta a Laura Spano, Giulia Rubiu e Alice Salimbeni, le tre studentesse che hanno discusso la loro tesi al termine del corso di laurea magistrale in Architettura all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni di Quartucciu (Cagliari), diretto da Giovanna Allegri. Parte dei loro elaborati è stata realizzata progettando e ristrutturando alcuni spazi, e creandone di nuovi, all’interno del carcere con il coinvolgimento attivo dei giovani detenuti e degli operatori. Le tre studentesse hanno infatti frequentato per mesi la struttura nell’ambito del progetto “Fuori luogo”.
“Sono contenta che le vostre famiglie abbiano accolto favorevolmente l'idea di discutere le tesi e di trascorrere un giorno così importante in un carcere - ha detto - è un bellissimo segnale. Quando parliamo di inclusività ci riferiamo anche a progetti come questo”.
Le tesi di Alice Salimbeni ("Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all'IPM di Quartucciu”), Laura Spano (“Riabilitare col colore”) e di Giulia Rubiu (“La strategia Building Information Modeling  and Management applicata al caso studio dell’IPM di Quartucciu”)  hanno approfondito alcuni aspetti specifici tra i contenuti emersi  nel  laboratorio di Progettazione Architettonica II svoltosi al Dipartimento di Ingegneria civile, Ambientale e Architettura, tenuto da Barbara Cadeddu, referente del progetto “Fuori luogo”. Una delle tesi, in particolare, ha visto la realizzazione di uno spazio autocostruito all'aperto, nelle aree verdi dell'Istituto penale, per la socializzazione e l'incontro dei ragazzi con i propri familiari.
Al processo di costruzione hanno preso parte volontari, studenti di Architettura, di Ingegneria  ma anche di Medicina, oltre ai ragazzi detenuti e agli operatori dell’Istituto. La costituzione di un gruppo misto di lavoro ha rappresentato un’occasione speciale di conoscenza e di crescita per tutti i partecipanti: per questo, la particolarità del progetto ha spinto la Commissione presieduta dal prof. Antonello Sanna a svolgere la discussione all’interno della struttura carceraria.
Le attività didattiche si sono svolte in parte in aula e in parte all’interno del carcere e hanno visto la  partecipazione di docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica: tra questi Maurizio Memoli, Ester Cois, Stefano Asili, Emanuele Mura, Maddalena Achenza, Emanuela Quaquero che, in una ottica di multidisciplinarietà, hanno messo a disposizione le proprie competenze per la successiva fase di elaborazione delle tesi di laurea.
Il progetto “Fuori luogo” è nato dalla convenzione stipulata tra il Centro per la Giustizia Minorile per la Sardegna e il DICAAR - Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambiente e Architettura dell’Università di Cagliari al fine di ripensare e riqualificare gli spazi dell'Istituto Penale Minorile di Quartucciu, con l'obiettivo di definire criteri distributivi, funzionali ed estetici, coerenti con i bisogni emersi attraverso la partecipazione attiva dei ragazzi detenuti e degli operatori e di migliorarne il benessere.

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EURONEWS.COM
Architettura per carceri più "vivibili"

CAGLIARI, 27 FEB – Tre tesi di laurea magistrale in architettura discusse davanti a una vera commissione questa mattina nel carcere minorile di Quartucciu, nell’hinterland cagliaritano: tutti i lavori sono stati realizzati con la collaborazione degli istituti di pena e dei giovani detenuti. Al centro un gruppo di lavoro misto con i detenuti che hanno indicato ai laureandi bisogni e aspettative per un carcere diverso, “più bello e abitabile”. Non solo carta e parole. Tra i risultati del progetto denominato “Fuori luogo” anche uno spazio all’aperto nelle aree verdi per la socializzazione e l’incontro con i familiari. Emblematici i titoli delle tesi. “Dalle celle alle stalle: uno spazio autocostruito” di Alice Salimbeni, “Spazio al colore” diLaura Spano, “La strategia building information modeling and management applicata al caso studio” di Giulia Rubiu. Tutto nasce dal laboratorio di progettazione architettonica del dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e architettura dell’Universitá di Cagliari.

EURONEWS
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CASTEDDUONLINE.IT
Alice, Giulia e Laura: “Le nostre lauree di Architettura per far crescere il carcere minorile”
Spazi autocosturiti, colori e modelli per un carcere che diventa sempre più luogo di riscatto. Le 3 studentesse discutono le tesi, realizzate con la partecipazione dei detenuti, nell'istituto per i minorenni di Quartucciu. La rettrice dell'Università, Maria Del Zompo: "Questa è la giusta inclusività"

Di Paolo Rapeanu  27 febbraio 2018

Giovani universitari tra sbarre, celle e corridoi monocolore: quelli del carcere minorile di Quartucciu. Storie di vita che si incrociano, visto che il gruppo di lavoro della professoressa Barbara Cadeddu ha visto una continua interazione tra le tre studentesse e i ragazzi e gli operatori del penitenziario. Il filo che unisce le tre tesi di laurea è, ovviamente, il carcere.
Alice Salimbeni sceglie la distanza tra terra e cielo: “Da le celle alle stalle: uno spazio autocostruito all’Ipm di Quartucciu”: “Si tratta di progettazione partecipata per portare le conoscenze tecniche anche a chi ne è a digiuno. Obiettivo è definire nuovi criteri funzionali ed estetici, per esempio, delle aree sportive del carcere, anche grazie alla realtà aumentata”.
Laura Santo, con “Riabilitare col colore”, intende portare “luce nei corridoi, attualmente troppo tetri, per rendere l’istituto minorile un luogo con una maggiore umanizzazione”.
Giulia Rubiu, terza tesista di Architettura, punta tutto sulla “Strategia building information modeling and management applicata al caso studio dell’Ipm di Quartucciu”. Grande apprezzamento da parte della rettrice dell’Università di Cagliari, Maria Del Zompo: “Bello vedere le famiglie presenti al fianco dei loro figli, qui, in un giorno così importante. Questi sono i migliori esempi di inclusività”.

CASTEDDUONLINE.IT
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SARDEGNAOGGI.IT
Carcere Minorile e Università: tre lauree grazie ad un progetto di inclusione sociale
Un progetto che testimonia un forte segnale di responsabilità sociale.
Tre studentesse del corso di laurea magistrale in Architettura dell'Università di Cagliari hanno scelto di discutere all'interno del carcere minorile di Quartucciu la loro tesi, realizzata in parte progettando e ristrutturando alcun ambienti dell'Istituto con il coinvolgimento degli operatori e di alcuni giovani detenuti

"Sono molto orgogliosa del segnale di responsabilità sociale, di inclusività, di accettazione della diversità - in questo caso di ragazzi che hanno fatto uno sbaglio nel loro percorso - che diamo questa mattina. Sono meravigliata di quello che avete fatto, e anche orgogliosa, perché il nostro Ateneo vuole vivere di queste cose, al di là del fatto che facciamo scienza, ricerca e cultura".
Così Maria Del Zompo, Rettore dell'Università di Cagliari, si è rivolta alle tre studentesse che hanno discusso la loro tesi al termine del corso di laurea magistrale in Architettura all'interno dell'Istituto Penale per i Minorenni di Quartucciu, diretto da Giovanna Allegri. Parte dei loro elaborati è stata realizzata progettando e ristrutturando alcuni spazi e creandone di nuovi all'interno del carcere con il coinvolgimento attivo dei giovani detenuti e degli operatori. Le tre studentesse hanno infatti frequentato per mesi la struttura nell'ambito del progetto "Fuori luogo".
"Sono contenta che le vostre famiglie abbiano accolto favorevolmente l'idea di discutere le tesi e di trascorrere un giorno così importante in un carcere - ha sottolineato il Rettore - è un bellissimo segnale. Quando parliamo di inclusività ci riferiamo anche a progetti come questo".
Da “le celle alle stelle”: uno spazio autocostruito, a"Riabilitare col colore"  e "La strategia Building Information Modeling and Management applicata al caso studio dell'IPM di Quartucciu", sono questi i titoli delle tesi delle giovani neo laureate. Le tre studentesse hanno approfondito, nei loro lavori, alcuni aspetti specifici tra i contenuti emersi nel laboratorio di Progettazione Architettonica II svoltosi al Dipartimento di Ingegneria civile, Ambientale e Architettura, tenuto da Barbara Cadeddu, referente del progetto "Fuori luogo". Una delle tesi, in particolare, ha visto la realizzazione di uno spazio autocostruito all'aperto, nelle aree verdi dell'Istituto penale, per la socializzazione e l'incontro dei ragazzi con i propri familiari.
Il progetto "Fuori luogo" è nato dalla convenzione stipulata tra il Centro per la Giustizia Minorile per la Sardegna e il DICAAR - Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambiente e Architettura dell'Università di Cagliari al fine di ripensare e riqualificare gli spazi dell'Istituto Penale Minorile di Quartucciu, con l'obiettivo di definire criteri distributivi, funzionali ed estetici, coerenti con i bisogni emersi attraverso la partecipazione attiva dei ragazzi detenuti e degli operatori e di migliorarne il benessere.
Al processo di costruzione hanno preso parte volontari, studenti di Architettura, di Ingegneria ma anche di Medicina, oltre ai ragazzi detenuti e agli operatori dell'Istituto. La costituzione di un gruppo misto di lavoro ha rappresentato un'occasione speciale di conoscenza e di crescita per tutti i partecipanti: per questo, la particolarità del progetto ha spinto la Commissione a svolgere la discussione all'interno della struttura carceraria.

SARDEGNAOGGI.IT
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CAGLIARIPAD.IT
Quartucciu, tre studentesse si laureano in carcere. Alle loro tesi hanno lavorato anche i carcerati
Tre tesi di laurea magistrale in architettura discusse davanti a una vera commissione questa mattina nel carcere minorile di Quartucciu, nell’hinterland cagliaritano: tutti i lavori sono stati realizzati con la collaborazione degli istituti di pena e dei giovani detenuti. Al centro un gruppo di lavoro misto con i detenuti che hanno indicato ai laureandi bisogni e aspettative per un carcere diverso, “più bello e abitabile”.

Non solo carta e parole. Tra i risultati del progetto denominato “Fuori luogo” anche uno spazio all’aperto nelle aree verdi per la socializzazione e l’incontro con i familiari. Emblematici i titoli delle tesi. “Dalle celle alle stalle: uno spazio autocostruito” di Alice Salimbeni, “Spazio al colore” di Laura Spano, “La strategia building information modeling and management applicata al caso studio” di Giulia Rubiu. Tutto nasce dal laboratorio di progettazione architettonica del dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e architettura dell’Universitá di Cagliari. Le lezioni sono state tenute dalla docente Barbara Cadeddu. Le attività didattiche si sono svolte in parte in aula e in parte all’interno del carcere. Coinvolti docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica. Ma anche gli operatori che ogni giorno lavorano all’interno dell’istituto. “Nei lavori – ha spiegato la direttrice del penitenziario Giovanna Allegri – ci sono le immagini di un carcere bello e funzionale. Niente vieta che un carcere debba essere bello. Si può realizzare”. Commossa Maria Del Zompo, rettrice dell’Ateneo di Cagliari: “sono contenta che le famiglie abbiano accolto favorevolmente l’idea di discutere le tesi e di trascorrere un giorno così importante in un carcere – ha detto – è un bellissimo segnale. Quando parliamo di inclusività ci riferiamo anche a progetti come questo”.

CAGLIARIPAD.IT
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“NOI STUDENTESSE NEL CARCERE MINORILE COME SEGNALE DI INCLUSIVITÀ”. L’ESEMPIO DI ALICE, GIULIA E LAURA
Un forte segnale di responsabilità sociale per le studentesse del corso di laurea magistrale in Architettura dell’Università di Cagliari

di Alessandro Congia

Un forte segnale di responsabilità sociale, tre studentesse del corso di laurea magistrale in Architettura dell’Università di Cagliari hanno scelto di discutere all’interno del carcere minorile di Quartucciu (Cagliari) la loro tesi, realizzata in parte progettando e ristrutturando alcun ambienti dell’Istituto con il coinvolgimento degli operatori e di alcuni giovani detenuti
“Sono molto orgogliosa del segnale di responsabilità sociale, di inclusività, di accettazione della diversità - in questo caso di ragazzi che hanno fatto uno sbaglio nel loro percorso - che diamo questa mattina. Sono meravigliata di quello che avete fatto, e anche orgogliosa, perché il nostro Ateneo vuole vivere di queste cose, al di là del fatto che facciamo scienza, ricerca e cultura”.
Così  Maria Del Zompo, Rettore dell'Università di Cagliari,   si è rivolta a  Laura Spano, Giulia Rubiu  e  Alice Salimbeni, le tre studentesse che hanno discusso la loro tesi al termine del corso di laurea magistrale in Architettura all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni di Quartucciu (Cagliari), diretto da  Giovanna Allegri. Parte dei loro elaborati è stata realizzata progettando e ristrutturando alcuni spazi, e creandone di nuovi, all’interno del carcere con il coinvolgimento attivo dei giovani detenuti e degli operatori. Le tre studentesse hanno infatti frequentato per mesi la struttura nell’ambito del progetto “Fuori luogo”.
“Sono contenta che le vostre famiglie abbiano accolto favorevolmente l'idea di discutere le tesi e di trascorrere un giorno così importante in un carcere - ha detto - è un bellissimo segnale. Quando parliamo di inclusività ci riferiamo anche a progetti come questo”.
Le tesi di Alice Salimbeni ("Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all'IPM di Quartucciu”), Laura Spano (“Riabilitare col colore”) e di Giulia Rubiu (“La strategia Building Information Modeling  and Management applicata al caso studio dell’IPM di Quartucciu”)  hanno approfondito alcuni aspetti specifici tra i contenuti emersi  nel  laboratorio di Progettazione Architettonica II svoltosi al Dipartimento di Ingegneria civile, Ambientale e Architettura, tenuto da Barbara Cadeddu, referente del progetto “Fuori luogo”. Una delle tesi, in particolare, ha visto la realizzazione di uno spazio autocostruito all'aperto, nelle aree verdi dell'Istituto penale, per la socializzazione e l'incontro dei ragazzi con i propri familiari.
Al processo di costruzione hanno preso parte volontari, studenti di Architettura,  di Ingegneria  ma anche di Medicina, oltre ai ragazzi detenuti e agli operatori dell’Istituto. La costituzione di un gruppo misto di lavoro ha rappresentato un’occasione speciale di conoscenza e di crescita per tutti i partecipanti: per questo, la particolarità del progetto ha spinto la Commissione presieduta dal prof. Antonello Sanna a svolgere la discussione all’interno della struttura carceraria.
Le attività didattiche si sono svolte in parte in aula e in parte all’interno del carcere e hanno visto la  partecipazione di docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica: tra questi Maurizio Memoli, Ester Cois, Stefano Asili, Emanuele Mura, Maddalena Achenza, Emanuela Quaquero che, in una ottica di multidisciplinarietà, hanno messo a disposizione le proprie competenze per la successiva fase di elaborazione delle tesi di laurea.
Il progetto “Fuori luogo” è nato dalla convenzione stipulata tra il Centro per la Giustizia Minorile per la Sardegna e il DICAAR - Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambiente e Architettura dell’Università di Cagliari al fine di ripensare e riqualificare gli spazi dell'Istituto Penale Minorile di Quartucciu, con l'obiettivo di definire criteri distributivi, funzionali ed estetici, coerenti con i bisogni emersi attraverso la partecipazione attiva dei ragazzi detenuti e degli operatori e di migliorarne il benessere.

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Tre studentesse di Architettura discutono la tesi di laurea nel carcere minorile di Quartucciu
27 febbraio 2018 14:30 La Redazione

«Sono molto orgogliosa del segnale di responsabilità sociale, di inclusività, di accettazione della diversità – in questo caso di ragazzi che hanno fatto uno sbaglio nel loro percorso – che diamo questa mattina. Sono meravigliata di quello che avete fatto, e anche orgogliosa, perché il nostro Ateneo vuole vivere di queste cose, al di là del fatto che facciamo scienza, ricerca e cultura».
Così Maria Del Zompo, Rettore dell’Università di Cagliari, si è rivolta a Laura Spano, Giulia Rubiu e Alice Salimbeni, le tre studentesse che hanno discusso la loro tesi al termine del corso di laurea magistrale in Architettura all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni di Quartucciu (Cagliari), diretto da Giovanna Allegri. Parte dei loro elaborati è stata realizzata progettando e ristrutturando alcuni spazi, e creandone di nuovi, all’interno del carcere con il coinvolgimento attivo dei giovani detenuti e degli operatori. Le tre studentesse hanno infatti frequentato per mesi la struttura nell’ambito del progetto “Fuori luogo”.
«Sono contenta che le vostre famiglie abbiano accolto favorevolmente l’idea di discutere le tesi e di trascorrere un giorno così importante in un carcere – ha detto – è un bellissimo segnale. Quando parliamo di inclusività ci riferiamo anche a progetti come questo».
Le tesi di Alice Salimbeni (“Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all’IPM di Quartucciu”), Laura Spano (“Riabilitare col colore”) e di Giulia Rubiu (“La strategia Building Information Modeling and Management applicata al caso studio dell’IPM di Quartucciu”) hanno approfondito alcuni aspetti specifici tra i contenuti emersi nel laboratorio di Progettazione Architettonica II svoltosi al Dipartimento di Ingegneria civile, Ambientale e Architettura, tenuto da Barbara Cadeddu, referente del progetto “Fuori luogo”. Una delle tesi, in particolare, ha visto la realizzazione di uno spazio autocostruito all’aperto, nelle aree verdi dell’Istituto penale, per la socializzazione e l’incontro dei ragazzi con i propri familiari.
Al processo di costruzione hanno preso parte volontari, studenti di Architettura, di Ingegneria ma anche di Medicina, oltre ai ragazzi detenuti e agli operatori dell’Istituto. La costituzione di un gruppo misto di lavoro ha rappresentato un’occasione speciale di conoscenza e di crescita per tutti i partecipanti: per questo, la particolarità del progetto ha spinto la Commissione presieduta dal prof. Antonello Sanna a svolgere la discussione all’interno della struttura carceraria.
Le attività didattiche si sono svolte in parte in aula e in parte all’interno del carcere e hanno visto la partecipazione di docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica: tra questi Maurizio Memoli, Ester Cois, Stefano Asili, Emanuele Mura, Maddalena Achenza, Emanuela Quaquero che, in una ottica di multidisciplinarietà, hanno messo a disposizione le proprie competenze per la successiva fase di elaborazione delle tesi di laurea.
Il progetto “Fuori luogo” è nato dalla convenzione stipulata tra il Centro per la Giustizia Minorile per la Sardegna e il DICAAR – Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambiente e Architettura dell’Università di Cagliari al fine di ripensare e riqualificare gli spazi dell’Istituto Penale Minorile di Quartucciu, con l’obiettivo di definire criteri distributivi, funzionali ed estetici, coerenti con i bisogni emersi attraverso la partecipazione attiva dei ragazzi detenuti e degli operatori e di migliorarne il benessere.

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Tesi di laurea in carcere, l’architettura ‘libera’ le prigioni
27 febbraio 2018  Cronaca, In evidenza 14

Il cielo a sbarre non esiste più. Almeno nei disegni e in un laboratorio di una tesi di laurea discussa questa mattina all’istituto penale minorile di Quartucciu, a pochi chilometri da Cagliari. Alice Salimbeni, una delle tre studentesse che hanno conseguito la laurea magistrale in architettura all’università di Cagliari, illustrando il proprio lavoro in carcere davanti a una commissione appositamente riunita sul posto, ha mostrato il suo progetto di “prigione” che consente ai detenuti di poter guardare in alto senza che lo sguardo sia diviso in quadrati o linee verticali sistemati alle finestre per evitare possibili fughe. Architettonicamente plausibile anche per i professori, che infatti l’hanno premiata con un bel 110 e lode. Non solo. E qui viene il bello: insieme ai detenuti – a Quartucciu ce ne sono una decina – Alice ha progettato e realizzato uno spazio per gli incontri con delle strutture in legno molto particolari. Come funzionano: ti siedi, leggermente sdraiato. E, guardando in alto, sei praticamente costretto a guardare il cielo.
Titolo della tesi:”Dalle celle alle stelle: uno spazio autocostruito all’Ipm di Quartucciu”. Scritto proprio così: “È stato il commento di uno dei ragazzi alle tavole del progetto esposte nell’istituto. L’abbiamo voluto lasciare così”, ha spiegato la studentessa. Poesia architettonicamente possibile. In cui conta anche il lavoro fatto insieme in un mese. “Una squadra di operai avrebbe potuto fare tutto prima e meglio. E invece – sottolinea ancora la neolaureata – è stato importante il lavoro di autocostruzione del proprio spazio. Sono state determinanti le indicazioni di chi nell’istituto vive o deve vivere ogni giorno”. Non meno interessanti anche le altre tesi. Laura Spano, la prima della mattinata a presentare le sue ultime fatiche, ha esposto il lavoro “Spazio al colore”. L’idea è chiara: il detenuto è privato della libertà, ma non deve essere privato di uno spazio vivibile e bello attorno a sé. Il carcere insomma come cura, non come punizione. E anche il colore può essere una medicina: perché non smorzare la cupezza di un corridoio triste e lungo con pareti azzurre che segnalino un ingresso o punti luce migliori? Le parole tecniche sono comfort ambientale e umanizzazione dello spazio. Nella stessa direzione va anche il lavoro di Giulia Rubiu: una progettazione con le ultime tecnologie a disposizione, dal 3D alla realtà aumentata, di un carcere ideale. Il video descrive un istituto di pena all’avanguardia, pieno di luce. Un messaggio di speranza per chi sta cercando di uscire da un tunnel. (Stefano Ambu, ANSA).

SARDINIAPOST.IT
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CASTEDDUONLINE.IT
“Spazi colorati green e una piscina”: tre ragazze architetto ridisegnano il carcere minorile di Quartucciu
I desideri dei giovani reclusi nella struttura diventano lo spunto per le tesi di laurea magistrale di tre studentesse dell’Università di Cagliari: “Ai ragazzi servono ambienti confortevoli e spazi dove incontrarsi, per poter maturare bene il reinserimento in società”

Di Paolo Rapeanu  27 febbraio 2018

Oltre le sbarre c’è vita, anche al carcere minorile di Quartucciu. Lo sanno bene Alice Salimbeni, Giulia Rubiu e Laura Spano: voti finali che rasentano la perfezione (due 110 e lode e un centonove). Grazie alle loro tesi sviluppate dopo un lungo laboratorio svolto gomito a gomito con i ragazzi reclusi nella struttura penitenziaria, sono riuscite a conquistare la coroncina d’alloro ma, soprattutto, a riscrivere – e in alcuni casi a modificare realmente – gli spazi interni del carcere. Cosa chiedono gli adolescenti e i giovani che stanno pagando il proprio debito con la giustizia? Più “aria”, ma non solo: spazi all’aperto nei quali ritrovarsi e incontrare i propri parenti, campi sportivi e una piscina.
“Giovani reclusi e educatori hanno concordato sulla necessità di avere uno spazio all’aria aperta dove potersi incontrare e chiacchierare, durante le visite, con i loro parenti. Quello che è stato realizzato risponde alle loro esigenze”, spiega Alice Salimbeni, 24 anni. “Ho fatto leva sulle loro necessità, facendomele raccontare. Loro sono privati della libertà, ciò gli crea disagio”, racconta Giulia Rubiu 25enne di Dolianova, “per ‘estate sognano una piscina, perché si lamentano delle temperature troppo elevate, e chiedono anche un campo per giocare a calcetto”. Non solo attività fisica, ma anche supporto morale e mentale: “Nel carcere serve più luce, gli spazi devono essere più umani per favorire una riabilitazione sociale dei detenuti. Con il colore e le luci ciò può avvenire più facilmente”, afferma Laura Spano, giovane architetto 27enne.
Ultima modifica: 27 febbraio 2018

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CAGLIARI
Università: architettura per rendere carceri più "vivibili"
Tre tesi laurea col contributo minori detenuti a Quartucciu

27 Febbraio 2018 - 12:00

CAGLIARI, 27 FEB - Tre tesi di laurea magistrale in architettura discusse davanti a una vera commissione questa mattina nel carcere minorile di Quartucciu, nell'hinterland cagliaritano: tutti i lavori sono stati realizzati con la collaborazione degli istituti di pena e dei giovani detenuti. Al centro un gruppo di lavoro misto con i detenuti che hanno indicato ai laureandi bisogni e aspettative per un carcere diverso, "più bello e abitabile". Non solo carta e parole. Tra i risultati del progetto denominato "Fuori luogo" anche uno spazio all'aperto nelle aree verdi per la socializzazione e l'incontro con i familiari. Emblematici i titoli delle tesi. "Dalle celle alle stalle: uno spazio autocostruito" di Alice Salimbeni, "Spazio al colore" di Laura Spano, "La strategia building information modeling and management applicata al caso studio" di Giulia Rubiu. Tutto nasce dal laboratorio di progettazione architettonica del dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e architettura dell'Universitá di Cagliari. Le lezioni sono state tenute dalla docente Barbara Cadeddu. Le attività didattiche si sono svolte in parte in aula e in parte all'interno del carcere. Coinvolti docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica. Ma anche gli operatori che ogni giorno lavorano all'interno dell'istituto. "Nei lavori - ha spiegato la direttrice del penitenziario Giovanna Allegri - ci sono le immagini di un carcere bello e funzionale. Niente vieta che un carcere debba essere bello. Si può realizzare". Commossa Maria Del Zompo, rettrice dell'Ateneo di Cagliari: "sono contenta che le famiglie abbiano accolto favorevolmente l'idea di discutere le tesi e di trascorrere un giorno così importante in un carcere - ha detto - è un bellissimo segnale. Quando parliamo di inclusività ci riferiamo anche a progetti come questo".(ANSA).

GAZZETTA DI PARMA
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L’ARENA
Architettura per carceri più "vivibili"

CAGLIARI, 27 FEB - Tre tesi di laurea magistrale in architettura discusse davanti a una vera commissione questa mattina nel carcere minorile di Quartucciu, nell'hinterland cagliaritano: tutti i lavori sono stati realizzati con la collaborazione degli istituti di pena e dei giovani detenuti. Al centro un gruppo di lavoro misto con i detenuti che hanno indicato ai laureandi bisogni e aspettative per un carcere diverso, "più bello e abitabile". Non solo carta e parole. Tra i risultati del progetto denominato "Fuori luogo" anche uno spazio all'aperto nelle aree verdi per la socializzazione e l'incontro con i familiari. Emblematici i titoli delle tesi. "Dalle celle alle stalle: uno spazio autocostruito" di Alice Salimbeni, "Spazio al colore" di Laura Spano, "La strategia building information modeling and management applicata al caso studio" di Giulia Rubiu. Tutto nasce dal laboratorio di progettazione architettonica del dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e architettura dell'Universitá di Cagliari.

L'ARENA
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CAGLIARIPOST.IT
Rimodellare il carcere.Tre studentesse di Architettura discutono le loro tesi all’interno dell’Istituto penitenziario di Quartucciu
febbraio 27, 2018 Stefano Meloni  0 Commenti Architettura, carcere minorile, Quartucciu

Alice Salimbeni ha discusso “Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all’IPM di Quartucciu”. Laura Spano “Riabilitare col colore” e Giulia Rubiu “La strategia Building Information Modeling and Management applicata al caso studio dell’IPM di Quartucciu”.
Con un lavoro frazionato fra aula e carcere, tre studentesse della Laurea Magistrale, hanno prodotto degli elaborati dove parte del contenuto è destinato alla progettazione, ristrutturazione e realizzazioni degli spazi compresi nell’area di reclusione.
Un risultato ottenuto grazie al coinvolgimento attivo dei detenuti, di tutti gli operatori, di altri studenti di Architettura, Ingegneria e Medicina oltre a diversi volontari ed alcuni docenti di geografia, sociologia, graphic design e architettura tecnica.
Per un giorno, l’istituto penitenziario minorile di Quartucciu è stato il corpo aggiunto della Facoltà di Architettura di Cagliari grazie alla sinergia voluta dalla docente Barbara Cadeddu, referente del progetto “Fuori luogo” e dalla direttrice del carcere Giovanna Alllegri.
Maria del Zompo, Rettore dell’Università di Cagliari, esprime gratitudine verso le neo laureate: “Sono molto orgogliosa del segnale di responsabilità sociale, di inclusività, di accettazione della diversità, in questo caso di ragazzi che hanno fatto uno sbaglio nel loro percorso, che diamo questa mattina. Sono meravigliata di quello che avete fatto, e anche orgogliosa, perché il nostro Ateneo vuole vivere di queste cose, al di là del fatto che facciamo scienza, ricerca e cultura”

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SARDEGNALIVE.IT
Discutono la tesi di laurea all’interno del carcere minorile di quartucciu
Un evento unico in Italia reso possibile grazie alla stretta collaborazione tra le due Istituzioni

di Francesca Melis

“Chi l’ha detto che il carcere non deve essere bello?” Con queste parole la direttrice Giovanna Allegri ha aperto le porte del carcere minorile di Quartucciu alla discussione di tre tesi di laurea magistrale in Architettura.  Laura Spanu, Giulia Rubiu e Alice Salimbeni sono le tre studentesse che hanno scelto di discutere la loro tesi all’interno dell’istituto. Un evento unico in Italia, reso possibile grazie alla stretta collaborazione tra le due Istituzioni: l’istituto penitenziario per minori e l’Università di Cagliari. Un percorso che è nato nell’ambito del progetto “ Fuori Luogo” della professoressa Barbara Cadeddu, il cui fine è quello di ripensare e riqualifica gli spazi dell’Istituto Penale, con l‘obiettivo di definire criteri distributivi, funzionali ed estetici, affinché questo sia, realmente, un luogo di cura della persona.
Le tre laureande hanno partecipato al progetto che ha permesso loro di frequentare la struttura e di mettere in campo gli studi fatti durante il corso di laurea. Infatti,  i loro lavori sono stati realizzati con la collaborazione degli operatori dell’istituto e dei giovani ospiti. Una delle tesi, in particolare, ha visto la realizzazione di uno spazio auto costruito all’aperto. Sono stati momenti di studio e approfondimento scientifico, ma soprattutto di crescita e condivisione,di collaborazione e interazione. Non è sempre facile che le Istituzioni si aprano all’esterno, eppure quello di Quartucciu  da tempo apre le porte all’innovazione e alla partecipazione esterna, alla compartecipazione affinché il percorso di crescita e rieducazione dei suoi ragazzi sia meno duro e deserto.
Quello di martedì è stato un evento eccezionale e singolare grazie anche alla generosità e all’entusiasmo delle studentesse e delle loro famiglie: conoscenza e crescita che camminano insieme e, come ha sottolineato il Rettore, Maria Del Zompo: “ questo è un bellissimo segno di responsabilità sociale, accettare di stare insieme, lavorare insieme, festeggiare insieme. È un buon segnale di crescita e non deve restare un caso isolato.”

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L’ARBORENSE
Da reclusione a inclusione. Intervista alla prof. Barbara Cadeddu

“Fuori luogo: ripensare gli spazi di vita all’interno dell’IPM di Quartucciu” è un progetto che prende vita nelle aule di architettura dell’Università di Cagliari, con la professoressa Barbara Cadeddu. Tre neolaureate hanno discusso le loro tesi presso la struttura detentiva, davanti ai ragazzi che hanno preso parte in prima persona alla progettazione e all’ideazione delle loro tesi, una delle quali ha avuto anche una fase realizzativa. L’obiettivo è quello di trovare un punto di raccordo tra gli studenti di architettura e i ragazzi del carcere minorile attraverso il laboratorio di progettazione architettonica, come ci spiega la prof. Barbara Cadeddu.
di Veronica Moi


Professoressa Cadeddu, di cosa si occupa nella sua attività accademica?
Sono un’ingegnera e nella mia attività accademica mi occupo di un tema specifico, che è il rapporto tra lo spazio e la società. È l’approccio che metto in pratica con la ricerca, a cui si alterna la pratica in “luoghi di margine”, come le periferie, i campi rom, le carceri. Il mio lavoro si basa sulla ricerca di soluzioni concrete alle nuove esigenze del vivere, le quali hanno tempi di evoluzione diversi rispetto a quelli delle politiche pubbliche. La mia tesi di dottorato, infatti, è intitolata “Tattiche e strategie per risignificare la città contemporanea”, e mette a confronto le tattiche messe in atto quotidianamente dalle persone per modificare i propri spazi di vita, con le strategie di riqualificazione urbana che fanno parte dell’agenda politica. Faccio un’indagine sul campo preoccupandomi di restituire informazioni alla società, non solo di portare gli studenti ad imparare qualcosa.
La gestione degli spazi passa attraverso l’osservazione. Cosa emerge dal primo impatto col carcere?
Lo spazio è fatto anche dal modo in cui viene utilizzato e in carcere anche le piccole cose che appaiono insignificanti, diventano un problema. Qualunque cosa deve essere in vista: questo è un principio fondamentale di un’edilizia carceraria che fatica tanto ad evolversi in relazione a come si è evoluto il pensiero giuridico e il “senso della pena”. Barre ovunque, talvolta arrugginite, umidità, assenza di colori, l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Quando nasce il progetto? Con quali figure professionali ha interagito?
Il progetto è nato quando avevo un incarico amministrativo, e Federica Palomba, funzionario della professionalità di servizio sociale presso il Centro di Giustizia Minorile per la Sardegna, mi ha presentato la situazione del carcere minorile di Quartucciu. È una struttura di massima sicurezza, sulla quale nel tempo si sono fatti pochissimi investimenti in termini di manutenzione e cura, dal momento che l’amministrazione centrale del ministero pensava ad un trasferimento dei minori in uno spazio più adatto. Mi riferisco a condizioni precarie sia per i ragazzi che gli operatori. Federica mi aveva chiesto aiuto per cercare risorse e idee in un momento politico particolare perché il Ministro Orlando stava lavorando alla riforma dell’ordinamento penitenziario attraverso una consultazione pubblica sull’esecuzione della pena articolata in 18 tavoli su 18 discipline e uno di questi riguardava lo spazio della pena: come deve essere il carcere in base alle esigenze costituzionali. L’Unione Europea ha anche sanzionato l’Italia per lo status dei detenuti, dal momento che si tendeva a considerare i luoghi di reclusione come dei contenitori e non come ambienti volti alla rieducazione.

In che modo la realtà accademica dell’ingegneria e dell’architettura può coniugare i suoi obiettivi con l’amministrazione della giustizia?
Saper leggere le esigenze e tradurle in concreto è la terza missione del mondo accademico, quindi ho convocato a Cagliari l’architetto Luca Zevi, consulente del Ministro Orlando per gli aspetti legati all’architettura carceraria, Valentina Calderone presidente di “A buon diritto”, che opera in favore dei più deboli e chiesto il supporto di Luigi Manconi (Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato). Insieme abbiamo scritto un protocollo d’intesa e abbiamo potuto mettere in contatto il dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Cagliari e il Centro di Giustizia Minorile per la Sardegna, di cui il carcere è un servizio.
Ci siamo confrontati con tutti gli operatori che a vario livello operano all’interno dell’Istituto e, con Ester Cois, sociologa, abbiamo potuto interfacciarci anche con il mondo della scuola, nel quale vengono gestite spesso delle situazioni difficili, e anche con i medici della asl, con l’area della sicurezza e dell’educativa. Abbiamo fatto tutto con grande discrezione proprio per la molteplicità di attori che convivono nell’IPM, portatori ciascuno di un proprio sistema di regole e di una visione.
Cosa e chi ha fatto la differenza?
Le persone fanno sempre la differenza. Interagire con una brava direttrice, con ottimi educatori e con un comandante di reparto della polizia penitenziaria aperto al cambiamento, fa la differenza, soprattutto in circostanze come queste. Dapprima, ho portato il carcere all’università attraverso incontri tra studenti, agenti ed educatori che hanno raccontato la realtà carceraria in aula. Il carcere è un tema che, oltre a non essere compreso nei manuali di ingegneria e architettura, non è pienamente compreso dall’esterno, ce ne facciamo un’idea attraverso la TV, ma è anche un’idea sbagliata. Quando iniziano il corso di progettazione architettonica, chiedo ai ragazzi di scrivere le loro impressioni e queste non corrispondono quasi mai con quel che emerge al termine, in seguito a numerosi incontri con i detenuti.
Cosa rimane da questa esperienza?
Il legame che si è creato, la disponibilità degli studenti, l’assenza di attriti e di pregiudizi. Sono questi gli elementi che mi hanno colpito di più. Alice ha fatto un piccolo miracolo perché durante la fase di realizzazione della sua tesi sono nate proprio delle amicizie e questo è tutto! È quello che veramente dorrebbe fare un carcere: ricucire il legame tra la società e il giovane che ha commesso un errore, altrimenti diventa un luogo di segregazione.

L'ARBORENSE
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L’ARBORENSE
Laura Spano: il colore come bussola
“Fuori luogo: ripensare gli spazi di vita all’interno dell’IPM di Quartucciu” è un progetto che prende vita nelle aule di architettura dell’Università di Cagliari, con la professoressa Barbara Cadeddu. Tre neolaureate hanno discusso le loro tesi presso la struttura detentiva, davanti ai ragazzi che hanno preso parte in prima persona alla progettazione e all’ideazione delle loro tesi, una delle quali ha avuto anche una fase realizzativa.

di Veronica Moi

L’obiettivo è quello di trovare un punto di raccordo tra gli studenti di architettura e i ragazzi del carcere minorile attraverso il laboratorio di progettazione architettonica. Laura Spano, nel suo percorso di tesi, ha elaborato una nuova strategia per orientarsi in carcere, integrabile alle nuove tecnologie che permettono di migliorare la sorveglianza.
Laura, qual è stato il primo impatto quando vi siete avvicinati all’ambiente in cui dei minori scontano delle pene?
L’impatto più forte è stato all’ingresso del carcere: un posto molto isolato e anche desolato, che possiamo definire brutto. Non c’è una particolare cura degli spazi e non è molto favorevole alla rieducazione dei ragazzi: questo viene percepito sia da chi vive in questi ambienti per scontare una pena, sia dagli operatori professionali.
In che modo il tuo lavoro è stato utile a migliorare la struttura detentiva? Quali sono state le più grandi difficoltà ma anche i risultati?
Avendo stabilito da subito un bel legame con i ragazzi, ho pensato che il mio lavoro fosse utile a migliorare in particolare gli spazi di connessione, perché in carcere è difficile orientarsi. La difficoltà maggiore nell’affrontare il progetto è data dal fatto che c’è molto ricambio e solo alcuni ragazzi seguono le attività dall’inizio alla fine. I ragazzi hanno vissuto questa esperienza come un’occasione di condivisione con persone d’età molto prossima a loro, un’esperienza di vita diversa perché sono abituati ad interagire solo con “gli adulti”.
La tua tesi verte quindi sulle connessioni...
Sì, mi sono concentrata sugli spazi di connessione, ovvero i corridoi che portano dalla struttura detentiva ai luoghi in cui si svolgono diverse attività come quelle scolastiche e ricreative. Dagli studi è emerso che c’è uno scarso utilizzo dei colori, utilizzo talvolta sbagliato e privo di una ratio: i colori, infatti, favoriscono il benessere ambientale e contribuiscono a fare in modo in che i ragazzi possano vedere il carcere come un luogo di cura e non come un luogo di pena. Ho presentato loro degli scenari progettuali che mostravano come può cambiare il carcere al suo interno e oltre al colore ho fatto uno studio sul “wayfinding” (trad. “trovare la strada”, ndr), sistema utilizzato negli ospedali, nelle metro e nei luoghi dove la gente ha bisogno di orientarsi. Essendo il carcere un ambiente molto dispersivo, è un sistema utile per tutti, non solo per i detenuti. Il sistema dà indicazioni sia sui luoghi che si trovano nello stesso piano sia sulle direzioni da seguire a seconda di dove si vuole andare.
È possibile integrare una maggiore libertà ad una sorveglianza diversa?
Si sta cercando di aumentare la videosorveglianza (o meglio, sorveglianza dinamica) integrata alla teoria dei colori, e questo consente ai ragazzi di essere sorvegliati in modo meno pressante, di muoversi in maniera più libera. Questo sistema non è ancora stato attuato completamente ma è in corso d’opera. La tesi si è conclusa con la riqualificazione cromatica degli scenari, opera che verrà attuata insieme ai ragazzi, facendoli sentire parte del cambiamento. Hanno mostrato grande interesse e sarebbero molto contenti di essere coinvolti.
Qual è dunque il ruolo del colore?
Il colore si coniuga al sistema di orientamento perché la lavorazione segue un ragionamento: per esempio la sezione detentiva ha un colore e dei sotto-toni con gradazioni diverse: ogni settore ha un colore ben definito e loro possono associarlo alla funzione dell’ambiente I colori, facili da memorizzare, sono il blu per la zona detentiva, giallo per i laboratori e il rosso per le attività scolastiche e ricreative. Il sistema di orientamento, poi, dà forza a questa idea.
È possibile mantenere i contatti con i ragazzi che lasciano la struttura detentiva al termine della pena?
Mi viene in mente un ragazzo che, prima di lasciarci, mi ha chiesto l’indirizzo per scrivermi delle lettere ma per questioni di sicurezza non possiamo comunicare dati personali. «Se non posso scriverti io, almeno scrivermi tu», mi ha detto, lasciandomi un foglietto col suo nome, ma purtroppo non siamo riusciti a rimanere in contatto e iniziare la corrispondenza. Mi ha lasciato un senso di spontaneità: non ho mai visto quei ragazzi come “diversi”. Abbiamo interagito con loro cercando di rendere il carcere un luogo in cui ci si può impegnare, tutti.

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Alice Salimbeni: percorsi di fiducia "dalle celle alle stelle"
“Fuori luogo: ripensare gli spazi di vita all’interno dell’IPM di Quartucciu” è un progetto che prende vita nelle aule di architettura dell’Università di Cagliari, con la professoressa Barbara Cadeddu. Tre neolaureate hanno discusso le loro tesi presso la struttura detentiva, davanti ai ragazzi che hanno preso parte in prima persona alla progettazione e all’ideazione delle loro tesi, una delle quali ha avuto anche una fase realizzativa.
di Veronica Moi

L’obiettivo è quello di trovare un punto di raccordo tra gli studenti di architettura e i ragazzi del carcere minorile attraverso il laboratorio di progettazione architettonica. Alice Salimbeni ci racconta come è possibile studiare e realizzare nuove disposizioni spaziali, in relazione alle diverse esigenze ma anche alla cultura, alla religione, all'età, nell'ottica di una cella capace di ospitare sogni e amicizie.
Tracce, percorsi ma anche impronte: il mondo accademico e della ricerca può lasciare un segno nei luoghi di reclusione? E viceversa, qual è il segno che vi è rimasto?
La mia tesi nasce dall’ultimo giorno in cui eravamo coinvolti nel progetto proposto dalla professoressa, ed è stata un’occasione per fare qualcosa di concreto con guide eccezionali. Sono rimasta colpita da un ragazzo (non italiano) che, nel libro su cui illustravo i progetti, in ultima pagina aveva scritto “Da le celle alle stelle”. Quando ho letto quelle parole, ho pensato a quanto sarebbe stato bello continuare, sulle tracce di un esame accademico, un percorso attraverso il quale ho potuto ridisegnare la sala per gli incontri all’aria aperta. I ragazzi volevano partire dall’esterno e quindi ho fatto una proposta di spazio che supportasse un luogo di incontro per vedere tutelati gli spazi a seconda della cultura, della religione, dello stato d’animo. Le distanze delle varie postazioni sono studiate da un punto di vista architettonico e sono distanze orientate. Pertanto, mentre prima si poteva stare solo faccia a faccia, secondo il mio progetto, ora è possibile stare in diverse disposizioni.
Cosa significa per te “Da le celle alle stelle”? Come avete realizzato il progetto?
Dal carcere non si vede il cielo. Quel che rimane dei suoi colori è visibile solo attraverso dei rettangoli, stretti e allungati, attraverso le sbarre. L’obiettivo fondamentale era quello di far rivedere il cielo, come aveva scritto uno dei ragazzi sul libro. Per far questo, abbiamo iniziato a pensare tutto su carta e poi abbiamo fatto una raccolta fondi che ha coinvolto numerosi artisti cagliaritani, i quali hanno cantato durante una rassegna intitolata “Dai diamanti non nasce niente” e hanno dato numerosi contributi. Raccolti i fondi, insieme alla professoressa, abbiamo mostrato il progetto ai ragazzi, acquistato il materiale da imprese che hanno, a loro volta, dato una mano e poi abbiamo trovato un gruppo di volontari eccezionali, che hanno prestato la loro manodopera.
Il ruolo di chi impara e di chi insegna ha subito delle variazioni?
Noi siamo andati senza la pretesa di insegnare, ma tutti abbiamo insegnato e imparato qualcosa. Autocostruire significa che le persone stanno al centro perché i fruitori ripensano lo spazio in cui vivono e lo rendono migliore con le proprie mani, oltre la fatica e le condizioni metereologiche. Ci sono stati momenti difficili a cui hanno avuto seguito scambi umani veramente profondi. La mia tesi vuole dimostrare come l’architettura può catalizzare le emozioni di tutti: il personale, gli agenti, i ragazzi... Attorno a questo progetto, non ancora concluso, si è costituita una comunità che ha realizzato e costruito tutto che si sente umanamente legata a quello spazio. A breve pubblicheremo anche un video che racconta l’esperienza come persone.
C’è un evento che ricordi con più emozione?

Sì, c’è un evento che ricordo con grande emozione. Due ragazzi mi hanno chiesto: “ti fidi di noi? Volevamo portarti sopra l’osservatorio”. Soffro di vertigini ma ho detto di sì e mi hanno portato lì in alto con un senso protettivo inimmaginabile. Mi hanno chiesto fiducia, non lo avevano ancora fatto.
Attraverso questo percorso, ho potuto vedere anche i docenti nel mostrare doti umane fuori dal comune. Sono venuti ad aiutarci e spesso hanno portato la merenda, perché quando i progetti erano parzialmente realizzati, abbiamo scoperto tutti insieme quanto è bello vivere la convivialità sotto il sole. Questa è stata la vera conquista per tutti: rieducare e rieducarsi alla fiducia e al rispetto.

L'ARBORENSE
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Giulia Rubiu: progettare il carcere con la realtà aumentata
“Fuori luogo: ripensare gli spazi di vita all’interno dell’IPM di Quartucciu” è un progetto che prende vita nelle aule di architettura dell’Università di Cagliari, con la professoressa Barbara Cadeddu. Tre neolaureate hanno discusso le loro tesi presso la struttura detentiva, davanti ai ragazzi che hanno preso parte in prima persona alla progettazione e all’ideazione delle loro tesi, una delle quali ha avuto anche una fase realizzativa.
di Veronica Moi

L’obiettivo è quello di trovare un punto di raccordo tra gli studenti di architettura e i ragazzi del carcere minorile attraverso il laboratorio di progettazione architettonica. In questa intervista, Giulia Rubiu, ci racconta come è possibile integrare le funzionalità della realtà aumentata per migiorare l'architettura carceraria.
Come nasce l’idea di fare una tesi integrando la scienza dell’architettura al portante tema della rieducazione nei luoghi di reclusione?
Durante il mio percorso universitario ho maturato l’interesse per le tecnologie e le metodologie informatizzate applicabili nel settore delle costruzioni. Nello specifico, mi sono concentrata sulla metodologia Building Information Modeling (BIM), che è un nuovo modo di progettare attraverso cui si riesce, in maniera sinergica, a integrare la fase di progettazione, costruzione, manutenzione e gestione delle informazioni con un software. Il mio principale obiettivo era quello di favorire la collaborazione tra le diverse parti, coinvolgendo il personale e i ragazzi e cercando di superare qualsiasi barriera linguistica o culturale, grazie alle più moderne tecnologie. Il BIM è stato uno strumento imprescindibile che mi ha permesso di fare una progettazione partecipata, quindi favorendo il dialogo con le parti sociali più deboli, con tutti coloro che sono privi di competenze tecniche, quindi facilitando il processo di collaborazione e partecipazione.
Di cosa tratta nello specifico la tesi?
Attraverso il lavoro svolto anche con la professoressa Emanuela Quaquero ho potuto approfondire tutti gli strumenti legati alle nuove rappresentazioni di progetto, in cui ho trattato la realtà virtuale e aumentata, favorendo, attraverso, l’implementazione di queste metodologie, la lettura dello spazio ipotizzato dei diversi ambienti e la comprensione delle piante. In entrambi i casi, la comprensione prescinde dalla lingua e dalle competenze specifiche, in quanto è necessario utilizzare semplicemente la vista. Gli ambienti vengono scansionati attraverso un’app per smartphone, che, con una “semplice fotografia”, ci permette di acquisire una panoramica di una stanza o di un ambiente esterno, come se questo fosse reale, aggiungendo o rimuovendo elementi, arredando con componenti virtuali, progettando in modo più realistico. Questo ci consente di capire se è meglio un armadio o una libreria, per esempio, quale colore sia preferibile, tutto con pochi click!
Quel che hai portato in sessione di laurea è stato realizzato?
Non ancora, solo alcune idee sono state portate sul campo, ma spero di poter vedere realizzato il progetto, perché studiare e rendere utili alla società le proprie competenze è il primo passo per migliorare e migliorarsi.
Qual è la cosa più importante che umanamente ti rimane da questa esperienza?
Sicuramente la consapevolezza di aver aiutato un gruppo di minori detenuti a migliorare uno spazio di vita all’interno dell’istituto, superando molti pregiudizi. Mi ha colpito molto un ragazzo che si è avvicinato e mi ha detto: «per la prima volta ho avuto la possibilità di sentirmi accettato parlando con voi». Queste sono state parole che mi hanno colpito. E poi mi rimangono le loro storie, mi hanno aiutato a crescere ed è stata un’esperienza pienamente coinvolgente a livello umano, oltre che didattico.

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