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USA: all’università "Scienza dei servizi"

Corriere della Sera: "Da Stanford al Mit, sono decine gli atenei che puntano su questi corsi. Dopo la rivoluzione tecnologica che ha rinnovato e reso piu efficiente l’industria, ora l’obiettivo &è; di modernizzazione del settore terziario"
26 marzo 2007
R A S S E G N A    W E B   di mercoledì 21 MARZO 2007

 
CORRIERE DELLA SERA
La nuova sfida hi-tech americana: scienza dei servizi all’università
Da Stanford al Mit, sono decine gli atenei che puntano su questi corsi. Dopo la rivoluzione tecnologica che ha rinnovato e reso più efficiente l’ industria, ora l’obiettivo è di modernizzazione del settore terziario
 
15,2 miliardi di dollari il «patrimonio» di cui dispone l’ università di Stanford, 8,4 miliardi di dollari quello del Massachusetts Institute of Technology
 
Silicon Valley, 21 marzo 2007 - Vikas Krishna, architetto dei processi di automazione dell’Ibm, mostra orgoglioso i risultati del suo lavoro: l’ Intelligent Document Gateway, un sistema di gestione automatizzata dei rimborsi spese che «scannerizza» e legge anche ricevute di taxi e conti del ristorante, registrando data, emittente e cifra pagata. Qualche stanza più in là Jeff Kreulen sviluppa nuove tecniche di data mining per estrarre dall’ enorme caos di informazioni che si incrociano in ogni azienda - dai dati delle vendite alle lamentele dei clienti che telefonano ai call center - indicazioni utili per aggiornare le strategie produttive e commerciali. In un cubicolo in fondo al corridoio Douglas McDavid ricostruisce al computer riunioni aziendali, fantasiose dimore e incontri tra manager che volano come Icaro da un luogo all’ altro: il tentativo di trovare un’ applicazione d’ impresa per Second Life, il luogo in cui gli appassionati di realtà virtuale si creano un «alter ego» digitale e si immergono in una seconda vita libera dalla «pesantezza» della materia.

Per due secoli l’ innovazione è stata guidata dalle scienze fisiche, quelle che hanno alimentato il prodigioso sviluppo della civiltà industriale. Negli ultimi decenni, però, società sempre più ricche e affluenti hanno cominciato a chiedere un volume crescente di servizi - sanità, informazione, divertimento, trasporto, università di massa - che hanno spostato l’ ago della bilancia dall’ industria al terziario. E l’era di Internet, sbocciata grazie alle tecnologie della Silicon Valley, ha «messo il turbo» a questo processo, offrendo la possibilità di creare nuovi servizi a valore aggiunto e anche quella di trasferire le attività meno remunerative e sofisticate (prodotti manifatturieri ma anche call center e servizi come la lettura a distanza delle radiografie o la contabilità aziendale) ai Paesi emergenti: India e Cina in primo luogo. Ma, mentre l’ industria ha trovato il modo di aumentare continuamente l’ efficienza dei processi produttivi e di ridurre i prezzi, altrettanto non è accaduto (o è accaduto in misura molto minore) in un terziario assai frammentato e nel quale i protagonisti erano spesso enti di natura pubblica.

Le cose sono cambiate col grande sviluppo della finanza e cambieranno ancor più in futuro con lo spostamento verso il settore dei servizi di grandi multinazionali manifatturiere come Xerox, Hewlett Packard e, appunto, Ibm. Ed è proprio nei laboratori Ibm di Almaden, tra le colline brulle di un parco naturale che sorge a sud di San Josè, in fondo alla Silicon Valley, che sta prendendo corpo la scienza dei servizi. Un «nuovo vangelo» che si sta diffondendo rapidamente: da Stanford al Mit, dall’ università Tsing Hua di Shanghai a quella di Pavia e alla Bocconi, sono già decine le accademie di 22 Paesi che hanno introdotto corsi di questo tipo nei loro programmi di studio. Ma lo stimolo allo sviluppo della nuova disciplina è venuto dalle imprese: dovrebbe essere, tra l’ altro, imminente, l’ annuncio di un accordo tra 12 multinazionali a sostegno di iniziative capillari per la sua diffusione. Tutto ciò fa storcere il naso a molti: c’ è chi teme la colonizzazione dell’ università da parte del mondo del business e chi ritiene che vera scienza sia solo quella alimentata da fenomeni naturali, mentre un servizio è una prestazione, non un fenomeno.

Queste remore non hanno però frenato molte delle più prestigiose università di tutto il mondo, probabilmente perché ricordano bene come trent’ anni fa, mentre alcuni atenei si attardavano a discutere se una materia riferita ai computer potesse avere dignità di scienza o andasse, piuttosto, declassata a branca dell’ ingegneria, la computer science esplose aprendo la strada all’ era di Internet e a una radicale trasformazione dell’ economia e dei rapporti sociali. Jim Spohrer, il direttore dei laboratori di Almaden dove 550 ricercatori esplorano le nuove frontiere dei servizi, non si nasconde dietro un dito: «Guardi questi dati: la nostra compagnia ricava dai servizi il 53 per cento del suo fatturato, ma solo il 35 per cento dei profitti. Se l’ Ibm guadagnasse con i servizi quanto guadagna con l’ hardware dei grandi computer o il software informatico, noi, oggi, non saremmo qui». Tutto vero: il gigante dell’ informatica si muove, investe in ricerca e tenta di diffondere una cultura dei servizi per un preciso interesse economico. Dietro al quale, però, c’ è una questione di sistema: in un mondo in cui il centro di gravità si sposta sempre più dall’ industria verso i servizi che rappresentano già più della metà del reddito nazionale nella ricca Europa, in Giappone e perfino in Paesi come Russia e Brasile, diventa essenziale gestire anche questa parte della ricchezza prodotta da una nazione con i criteri di efficienza fin qui sperimentati soprattutto nell’ industria. Ed è inevitabile che, ancora una volta, siano gli Stati Uniti a fare da battistrada: non solo perché hanno le università migliori e più aperte e le aziende-guida delle nuove tecnologie, ma anche perché l’ America è di gran lunga il Paese più «terziarizzato» del mondo: i servizi, infatti, coprono ormai il 75-80 per cento del reddito nazionale. Del resto anche la Cina - la «fabbrica del mondo» nella quale l’ industria è regina, l’ agricoltura continua ad assorbire la metà della forza-lavoro e i servizi contribuiscono ancora solo per il 35 per cento al reddito nazionale - ha appena lanciato un piano quinquennale per la modernizzazione del terziario. Scienza nuova o business travestito da scienza? Il punto vero è che studiare sistemi più moderni ed efficienti per produrre servizi è tecnicamente possibile, ma tutto questo si traduce in innovazione effettiva solo se si sviluppa una cultura, se i nuovi processi diventano fenomeno sociale.

Per questo ad Almaden studiano nuovi servizi avanzati, ma cercano anche di diffondere una nuova cultura attraverso un rapporto sempre più stretto con le università. Perché, come la società del low cost, anche quella dei servizi avanzati è una società che dà più potere al cittadino-utente, ma tende a portare il lavoratore in un ambiente più competitivo, più flessibile e meno protetto: un’ esperienza simile a quella percorsa negli ultimi anni dai dipendenti dell’ industria.

Il caso Ibm
Nei laboratori Ibm di Almaden, a sud di San José, in fondo alla Silicon Valley, in California, 550 ricercatori esplorano le nuove frontiere dei servizi. Dice il direttore dei laboratori Jim Spohrer: «Ecco i dati: la nostra compagnia ricava dai servizi il 53 per cento del suo fatturato, ma solo il 35 per cento dei profitti. Se l’ Ibm guadagnasse con i servizi quanto guadagna con l’ hardware dei grandi computer o il software informatico, noi oggi non saremmo qui».

I numeri
La partita è grossa, anche perché il futuro del lavoro è qui. L’ America è il Paese più «terziarizzato» del mondo: i servizi, infatti, coprono ormai il 75-80% del reddito nazionale. Già oggi negli Usa 83 nuovi occupati su 100 sono nei servizi. Entro qualche anno agricoltura e industria ridurranno il loro contributo a meno del 10% delle occasioni di lavoro. E l’ Europa, anche se con un passo più lento, sta percorrendo la stessa strada. Perfino la Cina, dove i servizi contribuiscono solo per il 35% al reddito nazionale, ha appena lanciato un piano quinquennale per modernizzare il terziario.

Massimo Gaggi



fonte: www.corriere.it

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