UniCa UniCa News Notizie La Sapienza, Federico II e Alma Mater in difficoltà ad adeguarsi alla modernità, resta il prestigio

La Sapienza, Federico II e Alma Mater in difficoltà ad adeguarsi alla modernità, resta il prestigio

Agli iscritti Bologna richiede dai 750 ai 2000 euro l’anno, a Napoli "cure psicologiche" per gli studenti
29 gennaio 2007

Roma (Paolo Fantauzzi) - La Sapienza di Roma, la Federico II di Napoli, l’Alma Mater di Bologna. Tre realtà completamente diverse, quelle delle tre maggiori università italiane, eppure unite dal filo rosso di una storia che si perde indietro nei secoli. Lo studium bolognese, il più antico d’Europa, nasce infatti alla fine dell’undicesimo secolo, anche se come associazione a carattere privato di docenti di diritto solo successivamente riconosciuta dal potere politico; all’esatto opposto l’ateneo partenopeo, che sorge invece un secolo e mezzo dopo su impulso diretto dell’imperatore Federico II, col compito di formare il personale amministrativo e burocratico dello stato. Altra ancora è la vicenda della Sapienza, ufficialmente costituita all’inizio del Trecento con una bolla di papa Bonifacio VIII e rimasta a lungo sotto l’influenza pontificia.
La storia, però, da sola non basta per affrontare le sfide del presente. Così, se da un lato i tre atenei conservano intatto un grande prestigio sia interno che internazionale, dall’altro hanno spesso mostrato difficoltà ad adeguarsi a realtà sempre più dinamiche e di soffrire la concorrenza di università più giovani e specializzate.
Centomila iscritti a Napoli e Bologna, quasi centocinquantamila alla Sapienza, l’ateneo più grande d’Europa: complessivamente un quinto della popolazione universitaria italiana. Se i numeri confermano un’immutata capacità di attrazione, le misure elefantiache costituiscono un freno alla produttività, come sembra dimostrare il 40% di fuori corso registrato fino a pochi anni fa. Un problema che la riforma Zecchino, con l’introduzione delle lauree triennali, ha risolto solo parzialmente. E che quindi ha richiesto scelte innovative.
Nella Capitale il vecchio edificio unitario è stato recentemente smembrato in cinque atenei federati per sopperire ai più stringenti problemi organizzativi, mentre a Bologna lo snellimento è passato attraverso un processo di delocalizzazione che ha visto l’apertura di sedi decentrate a Cesena, Forlì, Ravenna e Rimini. Connesso alla taglia “extra” di queste università è poi il problema degli spazi. Per sopperire alla carenza di aule, per anni molte facoltà sia a Bologna che a Roma sono dovute ricorrere all’affitto di sale cinematografiche. In un contesto del genere mantenere alto il livello della ricerca diventa sempre più difficile, anche perché l’altro aspetto del sovraffollamento è un elevato rapporto tra numero di studenti e docenti. Un tasto dolente, questo, per tutta l’istituzione superiore italiana, dove la relazione è di un professore ogni 32-24 studenti (a seconda che si includano o meno i fuoricorso) contro i 18 della Francia, i 17 studenti del Regno Unito e della Spagna, gli 11 della Germania.
Tuttavia se la Federico II e l’Alma Mater riescono ad attestarsi attorno a questa media, il rapporto alla Sapienza cresce vertiginosamente, tanto da superare la cifra di un docente ogni cento studenti. Quella delle università maggiori, dunque, è spesso una realtà dispersiva e caotica appena compensata dalla varietà dell’offerta formativa, che spiega i frequenti abbandoni dopo il primo anno di corso e come mai fino a pochi anni fa solo il 38% degli immatricolati giungesse alla conclusione del ciclo di studi. Vita dura, insomma, quello dello studente del grande ateneo, sottoposto a stress e disorientamento, come sembra dimostrare anche il Centro di consultazione psicologica per studenti aperto a Napoli, completamente gratuito e strettamente riservato.
In realtà imputare questo stato di cose unicamente agli atenei sarebbe scorretto. In un contesto come quello europeo, dove i fondi per la ricerca sono già bassi, l’Italia è agli ultimi posti, con appena settemila euro spesi per ogni universitario, a fronte degli oltre novemila investiti dal governo di Parigi e dei quasi diecimila stanziati da quello di Berlino. E se la Federico II resta un’università tutto sommato conveniente, con un costo annuo compreso fra 300 e 900 euro, per La Sapienza i prezzi si fanno più cari, anche se l’ateneo offre un’indiscussa centralità geografica. Nella prima università della Capitale si va infatti da un minimo che di 450 ad un massimo di 1300 euro. Nulla in ogni caso in confronto a Bologna, dove la fascia più bassa è di 750 euro e la più alta sfiora i duemila, e a cui va aggiunto un costo della vita molto alto rispetto alle dimensioni medie della città.
Ma non mancano le note positive, che pure sono tante, specie se paragonate ai continui tagli all’istruzione superiore. Accanto alla storica facoltà di Giurisprudenza, fucina del rinomato foro partenopeo, l’ateneo Fridericiano ha punti di eccellenza di tutto rispetto. Come il Centro per l’Innovazione Tecnologica in Chirurgia, basata sull’introduzione della robotica in sala operatoria, o il Centro di Biomedicina e Biotecnologia, dove modelli sperimentali animali vengono utilizzati per studiare le basi molecolari di molte malattie umane. Il campo clinico è quello di punta anche per La Sapienza, il cui istituto di Biologia e Medicina molecolare ha avuto il riconoscimento di centro d’eccellenza dal Ministero dell’università e della ricerca. Titolo di merito che a Bologna ha acquisito anche il Centro di Ricerca Multidisciplinare per l’Ingegneria dell’Informazione e delle Telecomunicazioni, dov’è al vaglio lo sviluppo di sistemi elettronici innovativi. Istituti a cui vanno aggiunte le facoltà che seguono a dare lustro alla tradizione che li precede, come Fisica a Roma, e Giurisprudenza a Bologna.
Luci, dunque, ma anche molte ombre per i tre principali atenei d’Italia, che a buon diritto rappresentano uno specchio fedele dell’istruzione superiore del Paese. Non l’avanguardia sperimentale, ma nemmeno le “aree depresse” del sistema. Forse, però, è proprio da questo ruolo intermedio che dipende il futuro delle università italiane. Come in un gioco di destini incrociati, in cui è necessario risollevare le sorti degli uni per evitare che vadano a fondo anche quelle degli altri.

Fonte: http://www.ifatti.com

 

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