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Erasmus, la festa dei vent’anni l’Università &è; senza frontiere

A Bruxelles il via alle celebrazioni con Jos&è; Manuel Barroso, presidente della Commissione europea. Storia di un progetto che ha portato in giro per l’Europa già un milione e mezzo di studenti
11 dicembre 2006

di FEDERICO PACE

 

Ci saranno venti candeline sulla torta di compleanno che gli universitari europei si apprestano a mettere nel forno della memoria. Una per ciascun anno di vita del programma Erasmus che dal 1987 permette ai ragazzi e alle ragazze delle univerità del Vecchio Continente di studiare fuori dai confini nazionali. A dare il via alle celebrazioni è Josè Manuel Barroso, il presidente della Commissione europea, in occasione della conferenza stampa che si tiene oggi a Bruxelles. La Commissione rende omaggio così a uno dei programmi europei più riusciti, a cui partecipano nove università su dieci di ogni parte d’Europa.

Ma quello di oggi è solo l’inizio. Il prossimo anno si assisterà a una serie di appuntamenti e celebrazioni che coinvolgeranno soprattutto loro. Quei giovani che, in venti anni, un po’ di Europa l’hanno fatta, vista e amata.

Dalle coste oceaniche del Portogallo ai fiordi norvegesi, dal 1987 a oggi, quasi un milione e mezzo di universitari si sono messi in viaggio con la spinta, o la scusa, dello studio. Gli universitari tedeschi hanno potuto trascorrere buona parte dell’anno a Salamanca per studiare nell’antichissima università fondata nel 1200, gli spagnoli con libri, bagagli e dizionari si sono spesso trasferiti in una delle prestigiose università olandesi e persino i francesi sono filati quasi d’amore e d’accordo con i loro cugini d’oltremanica in una qualche università del Sud dell’Inghilterra.


Ma forse è soprattutto a chi ha avuto il coraggio di iniziare che andrebbero dedicate le celebrazioni. A quei ragazzi che venti anni fa, in maniera quasi pionieristica, accettarono la sfida e partirono. In tutto 3mila e 244. I più numerosi: i giovani del Regno Unito (925) e i francesi (895). Gli italiani furono duecentoventi. Da allora, i numeri non hanno fatto che crescere quasi in progressione geometrica. Nel complesso sono circa 150 mila gli studenti che ogni anno scelgono di fare l’Erasmus e oggi si è arrivati a un totale di un milione e mezzo. Obiettivo della Commissione è quello di portarli a tre milioni entro il 2012. Tra le singole nazioni, sono i tedeschi a muoversi più di tutti (22mila), seguiti dai francesi e gli spagnoli (oltre i 20mila).

Ma anche gli italiani passano il confine volentieri. Da soli, i nostri universitari potrebbero dare vita a una piccola cittadina formata da centosessantamila anime dalle peculiari caratteristiche. Un po’ nomadi, europeisti e multilingue che in media trascorrono circa sette mesi all’estero. Va detto però, che negli ultimi tempi le cose sembrano un poco cambiate. La cifra annuale pare essersi stabilizzata intorno ai 16mila e non sembra progredire oltre.

Un po’ per colpa della riforma universitaria che nella frammentazione degli esami nella formula del "3 2" ha reso meno semplice inserire cinque o sei mesi fuori dai confini nazionali. Un po’ perché la paura di non trovare lavoro rende sempre più difficile prendersi alcuni mesi per andare a studiare in Spagna o nel Regno Unito. "In questi anni, contemporaneamente alla riforma, nella vita di uno studente - ci ha detto Consuelo Corradi, docente di sociologia della Lumsa che ha indagato i profili dei ragazzi Erasmus - , è cresciuta la percezione della precarietà del lavoro. Così, se è vero che il "3 2" ha generato ansia in sé, è vero soprattutto che è il mercato del lavoro ad essere diventato molto difficile ed è naturale che gli universitari si interroghino sulla convenienza a partire per andare all’estero. Per molti è meglio concludere velocemente l’università e mettersi a cercare lavoro al più presto possibile".

Secondo l’analisi di Almalaurea, presentata a fine settembre al convegno "Academic Mobility: Blending Prespectives" svoltosi a Truku in Finlandia, sono però ancora troppo pochi gli italiani coinvolti dal fenomeno degli studi all’estero. "Poco più di 8 su cento hanno svolto un programma dell’Unione europea - dichiara Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea - sono soprattutto universitari degli atenei del nord-est e con un background famigliare culturalmente elevato." A partire di più sono gli universitari di Trento, Udine e Trieste, dove partecipano a programmi Erasmus il 15% degli studenti.

Se il genere non sembra incidere sulla decisione di fare o meno l’Erasmus, sembra pesare invece in maniera significativa, il tipo di facoltà scelta e il contesto socio-culturale della famiglia di origine. Quanto alle facoltà sono soprattutto gil iscritti all’area linguistica (22%), dell’area politico-sociale (15%) e architettura (8%). I laureati che hanno scelto di fare l’Erasmus con genitori laureati raggiungono il 14% mentre succede lo stesso solo al 4% dei laureati con genitori diplomati.

Ma lo studio all’estero può facilitare la ricerca di lavoro? Il vantaggio, almeno nel breve tempo, non si sente. Tra chi parte con l’Erasmus e chi invece rimane in Italia, le possibilità di trovare lavoro non cambiano poi molto. "Questi risultati - dice Cammelli - pure riscontrati in un intervallo temporale certamente ridotto, fanno sorgere dubbi sulla capacità del sistema paese di apprezzare in misura adeguata il valore aggiunto conferito dalle esperienze di studi all’estero".

C’è però anche qualche piccolo vantaggio concreto. In termini di retribuzione, i laureati con esperienza Erasmus guadagnano circa il 4% in più di quanto non succeda ai loro colleghi "domestici". Dopo cinque anni il differenziale aumenta, e chi ha fatto l’Erasmus arriva a guadagnare fino a 1.458 euro al mese contro i 1.310 euro di chi non ha fatto esperienze di studio all’estero.

Inoltre sono soprattutto loro, i ragazzi che fanno un’esperienza con l’Erasmus, ad avere il più spiccato spirito europeista. Sono loro, più di chiunque altro, a essere pronti a lavorare in uno stato europeo. Sarebbe pronto a farlo subito il 69,2% di loro, mentre farebbe lo stesso solo un universitario su tre tra quelli che non hanno mai avuto esperienza di studio all’estero. E forse sarà di buon auspicio per l’Europa che verrà, sapere che il 2007, oltre ad essere l’anno dei venti anni dell’Erasmus, sarà anche il centenario della nascita dell’europeista Altiero Spinelli che scriveva "la federazione europea era il riconoscimento delle diversità e della fratellanza delle esperienze nazionali dei popoli europei, in mezzo alle cui lingue, ai cui scrittori e pensatori vivevo da anni senza sentirmi più vicino a loro se italiani, più lontano se stranieri. Era la vera messa fuori legge della guerra tra europei."

Fonte: www.larepubblica.it


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