Dipartimento di Giurisprudenza

Guida per lo svolgimento della tesi di laurea*

1. Scelta dell’argomento.

1.1. Come criterio generale la tesi viene assegnata su problemi specifici, formalizzabili in veri e propri quesiti, volti a segnalare il problema conoscitivo che è compito del candidato risolvere.
Questo orientamento è giustificato da una semplice considerazione: mentre lo studio universitario del diritto è organizzato essenzialmente sulla ripetizione della trattatistica (i manuali), la funzione del diritto consiste, invece, nella soluzione di problemi concreti. La tesi di laurea esalta perciò la sua utilità proprio se si propone come prima esperienza di lavoro quasi-professionale, in cui ci si cimenti nella chiara analisi dei problemi e nella formalizzazione di essi in termini di quesito giuridico, nell’individuazione degli specifici punti controversi, nella comprensione delle ragioni che militano a favore e contro le opinioni che si fronteggiano, nella dimostrazione della soluzione. Il vero pregio di una tesi, quindi, non sta tanto nel suo argomento, ma nel metodo con cui è condotta.
1.2. Sul piano della cronologia del lavoro, ossia della sua suddivisione per fasi, in primo luogo viene selezionato l’argomento generale. Vengono indicate le letture (e le sentenze) di base. L’obiettivo, in questa fase, è consentire al laureando di comprendere di cosa esattamente si parli e quali problemi si agitino in riferimento all’argomento prescelto.
1.3. I primi passi si muovono di regola partendo dai manuali e soprattutto da voci enciclopediche (che sono organizzate per “voci”) o di commentario (che in genere sono organizzati per “articoli” della Cost.). A questo proposito, conviene consultare:
a) tra le enciclopedie:
Enciclopedia del diritto: è l’enciclopedia “storica”, contenente molte voci autorevoli: essa viene aggiornata attraverso le appendici ed ora gli “annali”;
Digesto delle discipline pubblicistiche: enciclopedia un po’ più agile e sicuramente più aggiornata;
Enciclopedia giuridica Treccani: enciclopedia più aggiornata, con parecchie voci “d’Autore”;
Dizionario di diritto pubblico: enciclopedia agile e aggiornata.

b) tra i commentari:
Commentario sistematico alla Costituzione italiana, diretto da Piero Calamandrei e Alessandro Levi (1950): è un commentario “storico”, scritto all’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione;
Commentario della Costituzione, diretto da G. Branca (e altri). E’ il commentario più diffuso: circa 30 volumi editi tra il 1970 e oggi. L’aggiornamento varia perciò da volume a volume, ma l’autorevolezza è notevole;
Commentario breve alla Costituzione, diretto da V. Crisafulli e L. Paladin (1988). E’ un commentario molto agile e molto attento alla giurisprudenza. Ora è stato affiancato dalla nuova edizione, che segue;
Commentario breve alla Costituzione, diretto da S. Bartole e R. Bin (2008). Ha caratteristiche analoghe al precedente, ma è più aggiornato e attento alle prassi;
Commentario alla Costituzione, a cura di R.Bifulco, A.Celotto, M.Olivetti (2006): è agile e mediamente aggiornato.

c) tra le riviste:
Giurisprudenza costituzionale. Contiene le sentenze della Corte commentate.
Quaderni costituzionali. Contiene saggi, note di attualità e osservatori sulla giurisprudenza della Corte cost., della Corte di giustizia e della Corte EDU.

Diritto pubblico. Rivista principalmente di teoria generale.

Diritto costituzionale. Rivista quadrimestrale. Essenzialmente di teoria e per numeri monografici.
Rivista AIC (www.rivistaaic.it). Contiene saggi, note di attualità e osservatori sulla giurisprudenza della Corte cost., della Corte di giustizia e della Corte EDU.
Le Regioni. Specializzata per le questioni regionali e per la relativa giurisprudenza.
Diritti regionali. Specializzata per le questioni regionali e per la relativa giurisprudenza.
Rassegna parlamentare. Specializzata per le questioni parlamentari.


2. Svolgimento della tesi.
2.1. Una volta concordato l’argomento specifico, il successivo incontro sarà la discussione dell’indice generale della tesi, il suo sommario. Esso rappresenta il programma di lavoro, articolato (come gli indici dei libri) in capitoli e paragrafi. Si raccomanda ai laureandi la massima attenzione nella compilazione dell’indice, perché un indice ben fatto costituisce già una quota importante del lavoro complessivo.
2.2. Il laureando è tenuto a svolgere un’attenta lettura dei testi e delle sentenze, cogliendo i punti centrali del testo che risultino rilevanti per l’argomento della tesi, in modo da consentire poi una più agevole opera di costruzione del discorso che tenga conto delle opinioni contrapposte che sui singoli punti vengano registrate (e di cui poi si potrà dar conto nel testo e/o nella note).
2.3 In seguito è consigliabile dare in lettura i singoli capitoli man mano che questi vengono scritti. L’approvazione del singolo capitolo è propedeutica alla scrittura di quello successivo. L’elaborato ultimato, corredato di indice e bibliografia, deve essere consegnato al docente relatore ai fini dell’ultima revisione trenta giorni prima del deposito della tesi.

3. Organizzazione della tesi.
3.1. La tesi si divide in capitoli, non meno di tre (ma non più di quattro), che assumono una numerazione in numeri romani. Ogni capitolo si divide in paragrafi, i cui titoli sono raccolti in un sommario all’inizio di ogni capitolo. Ciascuno dei paragrafi assume una numerazione progressiva propria, con numeri arabi (ad es., Capitolo I, 1. Titolo paragrafo.; 2. Titolo paragrafo…). Per ragioni di stile, è bene evitare una numerazione composita (ad es., per indicare il paragrafo 3 del capitolo 2 si deve usare la formulazione 3. Titolo paragrafo, e non già 2.3).
3.2 Le citazioni dei testi normativi vanno tra virgolette alte e in corsivo (ad es.: art. 13, comma 1, Cost., secondo cui “La libertà personale è inviolabile“; le citazioni degli Autori vanno tra virgolette basse e non in corsivo («…»).
Tutti gli elaborati dati in lettura devono essere corredati da note. Esse devono rigorosamente possedere i seguenti caratteri:
a) esaurienti: in nota vanno indicati gli estremi di tutto ciò che viene citato tra «…» nel testo, ma anche le fonti su cui il laureando si è basato (dal punto di vista tipografico, la differenza tra le note relative a citazioni e le note relative alle fonti di ispirazione è data da ciò: che nel secondo caso la fonte è preceduta da cfr. – che significa: “confronta…” – mentre nel primo caso no). Che le note siano esaurienti non serve soltanto a consentire al relatore di controllare il grado di approfondimento delle letture, ma è soprattutto una regola di correttezza (attribuire a ciascuno la sua opinione) e di prudenza (staccare le responsabilità dell’autore della tesi da quelle dell’autore da cui si sono attinte le opinioni – talvolta infelici – riportate). In nota vanno poi messe eventuali considerazioni laterali rispetto al filo logico del ragionamento, in modo da rendere più lineare la lettura del testo.
b) formalmente omogenee: basta seguire uno dei modelli che si vedono impiegati nei testi consultati. Generalmente le note hanno questo formato (per il NOME-AUTORE si consiglia l’uso del “maiuscoletto”):
NOME-AUTORE, Titolo, Città, anno, p. (ad es. P. CIARLO, Mitologie dell’indirizzo politico e identità partitica, Napoli, 1988, p. 10).
NOME-AUTORE, Titolo, in Rivista, anno, p. (ad es. P. CIARLO, Dinamiche della democrazia e logiche dei valori, in Diritto pubblico, 1995, p. 144).
NOME-AUTORE, Titolo della voce, in Dizionario o Enciclopedia, vol. XX, p.
Corte cost., sent. NN/ANNO, in Giur.cost. anno, p.
Corte Giustizia, data, in c. nn/aa (“nome”)
Se l’opera è già stata citata, basta scrivere:
NOME-AUTORE, op.cit., p.
ma se di lui si sono citate più opere, o la citazione risale a molte pagine indietro, conviene scrivere:
NOME-AUTORE, Prime_parole_del_titolo, cit., p.
E’ fortemente consigliabile non rimandare la scrittura delle note ad un momento successivo a quello della stesura del testo, perché il recuperarle poi è uno sforzo di memoria sempre costoso e spesso improduttivo.
3.3. Le tesi non sono valutate a peso ma, caso mai, in ragione ad esso inversamente proporzionale. Un uso tecnico del linguaggio ed un’argomentazione ben condotta comportano infatti scritti agili e ben strutturati. Anche per questo la definizione dell’indice della tesi è di importanza primaria. Fondamentale, poi, è il rispetto dei tre assiomi della logica classica nella costruzione del discorso: identità, non contraddizione, terzo escluso.
3.3.1. Si deve lavorare solo ed esclusivamente su materiali “di prima mano”. Ciò significa che non si devono citare opinioni altrui riportate dagli autori che si leggono (ma vanno reperiti e confrontati i testi originali).
Tre le conseguenze:
a) vanno espunte le c.d. “premesse storiche” (salvo che non si voglia, appunto, risalire alle fonti originali ed al materiale d’archivio);
b) vanno espunti i “riferimenti culturali” (tipiche le citazioni “di maniera” dei “classici”, Kelsen in testa);
c) vanno espunti i riferimenti di diritto comparato, salvo non siano stati verificati su fonti dirette (possibilmente nella lingua originale, e non in traduzione).
3.3.2. Va usato con sistematicità il “rasoio di Ockham” (“entia non sunt multiplicanda sine necessitate”), tagliando dal testo tutti gli argomenti e le considerazioni che non servono ad impostare ed esaminare il problema specifico o a svolgere il proprio ragionamento.
3.3.3. E’ bene mantenere un attento controllo metalinguistico del proprio discorso, e in particolare:
a) staccare nettamente l’esposizione di opinioni, decisioni ecc. altrui dalle proprie valutazioni critiche;
b) esporre le opinioni altrui per blocchi omogenei, evitando di perdersi in particolari irrilevanti e, soprattutto, di farsi assorbire dall’altrui organizzazione del discorso, perdendone il controllo. Mancando di esperienze analoghe, chi affronta la tesi spesso cade nell’errore di “comporne” il testo “incollando” schede di lettura dei vari autori. Questo metodo è assolutamente da abbandonare, perché chi scrive la tesi deve seguire un proprio ragionamento, strutturato secondo il programma di lavoro definito nell’indice, e non può pretendere di adattare al suo ragionamento i ragionamenti dei vari autori, anch’essi ovviamente autonomi e sviluppati secondo un proprio personale programma di lavoro.
c) lavorare per contrapposizioni, evidenziando sempre con chiarezza il punto e il motivo del contrasto tra le opinioni (ed eliminando tutto ciò che con esso non c’entra). Questo significa eliminare i riassunti delle opinioni di Tizio e di Caio, rinunciare ad un ordine meramente cronologico di esposizione delle opinioni o delle sentenze; significa invece cogliere i punti, i problemi, le scelte su cui gli autori o le sentenze si dividono, spiegare perché quei punti sono problematici, illustrare quali soluzioni antitetiche o diverse vengono date al problema, solo alla fine, magari in nota, indicando chi le condivide (cfr…) e chi le avversa (contra, cfr…). È bene evitare, inoltre, l’approccio “ecumenico”, cioè la tentazione di saldare assieme tesi contrapposte e inconciliabili. Come si è detto sub b), è importante invece cogliere e valorizzare i momenti di divisione tra le opinioni epresse dalla dottrina.
d) staccare con nettezza le singole tappe dell’argomentazione.
e) enunciare sempre in premessa per ogni capitolo le operazioni che si stanno per compiere (“In questo capitolo si affronterà il problema X. Per cercare di dimostrare che esso va risolto nel senso Y, si esaminerà per prima la tesi W (par. 1), di cui poi si mostrerà la debolezza(par. 2-4), soprattutto in considerazione di Z (par. 3). Verrà invece proposta la tesi Q, che sembra meglio rispondere all’esigenza di J… (par. 5-6)”). Questa tecnica di scrittura consente anche al lettore di “navigare” nel testo controllando sempre la rotta.
Per un esempio magistrale di scrittura “controllata”, basta leggere un qualsiasi saggio di Norberto Bobbio, osservandone l’organizzazione a livello di metadiscorso.
3.3.4. Il plurale “maiestatico” è soppresso. Si usa l’impersonale o, se proprio necessario, la prima persona singolare.
3.4. La tesi deve essere corredata da una bibliografia finale, con l’indicazione degli autori e dei testi citati nelle note.

4. Regole di stile.
4.1. Si prega di seguire (e, semmai, di ripassare) le norme sulla punteggiatura, il cui rispetto è una condizione di leggibilità dello scritto. Per comodità riporto alcuni passi della celebre Grammatica italiana di Battaglia e Pernicone (pagg. 59-73):
La punteggiatura segna le pause che si fanno nel discorso … Sono i “punti” e le “virgole” che mantengono al discorso la sua architettura… Con un segno interpuntivo si esprime una pausa, un’esitazione, un silenzio; ma anche si traduce l’articolazione e lo sviluppo del nostro discorso, che si dispone in una tela di piccole e grandi unità logiche..
La virgola segna la pausa più breve… si incontra nelle enumerazioni (danaro, tempo, fatica)… distingue un inciso nell’interno di un pensiero… divide l’apposizione, l’espressione attributiva (Dante: “Amore, acceso di virtù, sempre alto accese”)… è di norma prima d’una proposizione (Sono stato con il medico, che mi ha parlato…) … distingue nel periodo le varie proposizioni “subordinate” (Se egli studia, sarà promosso)
Il punto e virgola non solo indica una pausa maggiore rispetto alla virgola, ma segna il distacco fra due unità sintatticamente compiute, che però si completano nello stesso periodo … (“Stanco tornavo, come da un viaggio; stanco, a mio padre, ai morti, ero tornato)….
I due punti segnano una pausa particolare, che, anziché separare e distinguere una frase dall’altra o un pensiero dall’altro, piuttosto l’annunziano, lo presentano, lo mettono in rilievo (C’è un poeta che leggerei sempre: Dante)… Un impiego preciso e insostituibile dei due punti è nel presentare una citazione, un discorso indiretto …
Il punto… segna la pausa maggiore; esso chiude un periodo, isola un pensiero…
Il trattino (-) delimita un inciso…
Un discorso a parte va fatto per le “andate a capo”. Esse servono a segnare stacchi abbastanza netti nel discorso, cioè ad indicare articolazioni piuttosto marcate nel ragionamento: Non ci sono regole sull’uso, salvo quella di evitare di andare a capo sempre, dopo ogni punto, o mai!
4.2. L’appiattimento della lingua italiana ha fatto perdere il gusto della differenziazione dell’accento sull’ ’e’ delle parole tronche, che in genere è sempre grave (è): ma se si vuole differenziarlo, si ricordi che la terza persona singolare del verbo essere ha accento grave (è), e così i suoi derivati (cioè), mentre perché, sicché, poiché, né ecc. hanno accento acuto (é), avendo pronuncia chiusa.
4.3. Le parole straniere (incluse quelle latine, delle quali si raccomanda tuttavia un uso modico) vanno in corsivo.
4.4. Non bisogna usare il maiuscolo per far risaltare le parole (LEGGE, Principio ecc.), né si può usare il neretto: il risalto è dato semmai dal corsivo.
4.5. Chi scrive ha l’onere di farsi capire, e non lo può trasferire a chi legge. A tal fine è consigliabile caldamente di optare per frasi brevi e di limitare le subordinate.
4.6. E’ buona regola di educazione rileggere il proprio testo prima di consegnarlo alla lettura: altrimenti si usa il proprio relatore come “correttore di bozze”, cosa ben poco gentile.

5. Criteri tipografici per la stampa.
L’impostazione tipografica della tesi deve  prevedere almeno 45 righe per pagina, fra testo e note. Anche se non sono stabiliti altri criteri sui margini, o sul carattere tipografico o sul corpo del testo, si consiglia il carattere Garamond, corpo 12 per il testo e corpo 10 per le note, con interlinea 1,15.


* La presente Guida rappresenta una versione modificata e aggiornata di quella redatta dal Prof. Roberto Bin.

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