&È; il paese della ricerca e dell’innovazione, dell’hi-tech, della bioingegneria e del biomedicale, delle nanotecnologie
29 November 2007

da: http://www.ilsole24ore.com

di Sandro Mangiaterra

Piccoli distretti crescono. Sull’asse della Pianura Padana, da Torino a Milano, a Trieste. Poi su, verso Trento. E giù, passando per Bologna e Pisa, fino a Cagliari, Napoli, Bari. È l’Italia delle nuove frontiere della ricerca e dell’innovazione, dell’hi-tech, della bioingegneria e del biomedicale, delle nanotecnologie. Un’Italia che si è mossa con una ventina d’anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti e ai concorrenti europei, Gran Bretagna, Germania, Francia. Che però si è messa a marciare a gran ritmo per recuperare il tempo perduto. Grazie a una serie di iniziative che spuntano lungo tutta la Penisola e che coinvolgono, con un approccio finalmente di sistema, università, amministrazioni regionali, provinciali e comunali, associazioni imprenditoriali.
Eccola la novità di un Paese che si ribella alle cassandre invocanti un ineluttabile declino e che non intende arrendersi anche nella partita più delicata: quella dove vincono i cervelli e le idee. «Intanto – spiega Giuseppe Roma, direttore del Censis – le imprese hanno investito in tecnologia, capitale umano, efficienza organizzativa, presenza all’estero». C’è persino una «innovazione senza ricerca», come la definisce il Censis, che a questo tema ha dedicato un recentissimo studio. Riguarda le piccole imprese, con meno di 20 addetti: per la precisione, 145mila aziendine che nei processi di trasformazione (senza utilizzare i canali ufficiali, a partire dai collegamenti con le università, e spesso senza lasciare traccia sui libri contabili) investono qualcosa come 1,8 miliardi all’anno. Il risultato è che i distretti tradizionali, di natura merceologica, punto di forza del nostro manifatturiero, sono stati al centro di una rivoluzione. Per accorgersene è sufficiente mettere piede nel regno trevigiano dello sportsystem o nella roccaforte marchigiana del calzaturiero. Ma oggi c’è di più: la nascita, in mezzo alle 420mila imprese che compaiono e alle 350mila che muoiono ogni anno, di autentici distretti dell’innovazione. Lo stesso successo della quinta edizione del Pni (Premio nazionale innovazione, 33 università aderenti, 14 Start cup locali, 733 piani di business presentati da 1.920 studenti, neolaureati o dottori di ricerca) testimonia un fermento che corre da Nord a Sud. «È la prova che si può e si deve fare impresa legata alla ricerca universitaria», dice Vincenzo Pozzolo, docente del Politecnico di Torino e presidente di Pni Cube, l’associazione che riunisce gli atenei dotati di un incubatore.
Vero: secondo un’indagine condotta dalla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa per conto di Finlombarda, finanziaria per lo sviluppo della Lombardia, al 2006 erano 454 le società spin-off, nei settori più disparati, generate nell’ambito delle università italiane. «In fondo – commenta Patrizio Bianchi, alla testa dell’ateneo di Ferrara nonché presidente della Fondazione della conferenza dei rettori – siamo partiti da 5-6 anni e adesso assistiamo a un’incredibile accelerazione del fenomeno. Abbiamo creato strutture nuove, acquisito competenze che non avevamo. È come se avessimo iniziato a fare un mestiere diverso: non solo insegnamento e pubblicazioni, ma pure ricerca applicata». Dal canto suo, un imprenditore come Matteo Colaninno, presidente del Gruppo giovani di Confindustria, parla di "svolta culturale": «Stabilire rapporti organici con gli ambienti dove si fa ricerca, come avviene al Mit di Boston, a Oxford o a Lione, porta vantaggi a tutti: crescono le aziende e crescono le università».
Certo, la realtà italiana appare frammentata. Inutile guardare (e imitare) il modello della mitica Silicon Valley. Il nostro resta un sistema che si caratterizza per la specificità dei territori. Ci sono, per cominciare, i poli dell’innovazione sviluppatisi in Piemonte e in Lombardia intorno ai politecnici. Quello di Torino è stato il primo a realizzare, nel 2000, un incubatore e ha avuto una parte centrale nel rilancio della città dopo la grande crisi della Fiat. Per contro, il Politecnico di Milano si è immediatamente posto all’avanguardia nel terreno della brevettazione e del licensig. Sono esempi che hanno fatto scuola. Forti strutture per il trasferimento tecnologico sono state create nelle università di Udine e della Calabria. Nella provincia di Pisa, intorno alla Sant’Anna, si è creato uno straordinario circolo virtuoso: in ricerca e innovazione si spende il 4% del Pil, quattro volte la percentuale a livello nazionale. Parchi scientifici sono sorti anche al Sud, a Bari e a Napoli, non per niente scelta per ospitare, sabato 3 e domenica 4 dicembre, la finale del Pni.
In altri casi sono regioni e province a svolgere un ruolo propulsore. Si pensi al Friuli Venezia Giulia e alla straordinaria esperienza che risponde al nome di Science Park, a Trieste, al cui interno si trova il laboratorio sul sincrotrone del Premio Nobel Carlo Rubbia. O agli sforzi compiuti da Renato Soru, presidente della Sardegna (e fondatore di Tiscali), per fare decollare il distretto tecnologico di Cagliari. Regioni a statuto speciale, dove è più facile reperire e indirizzare i finanziamenti? Sì, ma i modelli di eccellenza non mancano nemmeno nelle regioni a statuto ordinario. Basta gettare lo sguardo all’Emilia Romagna. Con il suo consorzio Aster (vi partecipano l’ente pubblico, gli atenei, i centri di ricerca nazionali, le imprese), la sua rete di laboratori e i progetti specifici come Spinner: 190 proposte imprenditoriali presentate in cinque anni, 79 start-up avviate, 42 in attesa di valutazione più approfondita, centinaia di brevetti depositati.
È questione di volontà politica, come si dice: se si muovono le università, se gli imprenditori sembrano avere capito il valore della ricerca, è bene che gli enti locali comincino a fare la loro parte. Lo sperano un po’ ovunque. A Padova, per esempio, l’ateneo e Unindustria hanno appena firmato un accordo per sviluppare quello che chiamano il «Distretto del terziario avanzato». In sostanza, vogliono lanciare la Padova Valley, sfruttando la freschissima legge sull’innovazione della Regione Veneto. Se poi il Governo, come in Francia, identificasse le «giovani imprese innovative» e concedesse loro agevolazioni, in particolare di natura fiscale, beh, allora sì che potremmo rapidamente recuperare il terreno perduto.

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