Il Ministro Fabio Mussi spiega in un’intervista come cambieranno i concorsi universitari
29 March 2007
L’intervista. A tu per tu con il ministro dell’Università e della Ricerca, il diessino Fabio Mussi.
L’esponente del Governo spiega come cambieranno i concorsi universitari: “Valutazione internazionale e verifica dopo tre anni”.
di Sergio Nuvoli
 
Era nel PCI quando crollò il Muro di Berlino, e rivendica il merito di aver sciolto il partito con i suoi compagni di allora. Faceva parte del Pds quando si trasformò e divenne “Democratici di sinistra”. Oggi Fabio Mussi rievoca con orgoglio i passaggi essenziali della sua storia politica, fa il Ministro dell’Università nel Governo Prodi, ma gira l’Italia per raccogliere consensi contro l’idea di Fassino di sciogliere i Ds e confluire con la Margherita nel Partito Democratico. Lui, quell’idea non la manda giù: “Non può esistere un partito - dice con rabbia malcelata - che va da me alla Binetti”. Con Il Portico accetta di parlare solo di università. E lo fa volentieri, dopo essersi acceso un sigaro che fumerà per tutta la conversazione.
 
Il problema della ricerca scientifica nel nostro Paese è solo un problema di soldi?
I ricercatori italiani, secondo una valutazione di un gruppo di superesperti incaricati dal Governo inglese, sono i terzi per produttività pro-capite nel G8. Siamo tra i primi per questo, ma in Europa siamo tra gli ultimi per investimenti pro-capite.
Tra i ricercatori avverte un clima di sfiducia?
Sì, ma è sbagliato: vado in giro per il mondo e vedo che in campi fondamentali abbiamo livelli di assoluta eccellenza. Pensi al Laboratorio del Gran Sasso che studia la struttura dell’universo, o al Sincrotrone di Trieste, dove studiano i fasci di luce; i laboratori di nanotecnologia, da Pisa a Lecce. Guai a sbagliare: in moltissimi settori del sapere abbiamo posizioni di avanguardia mondiale, nonostante spendiamo meno degli altri. Casi magari poco conosciuti, perchè il caso di un docente che trucca un concorso per favorire il nipote - e chissà poi se è vero - va in prima pagina sui quotidiani, i neutrini del Gran Sasso no.
Ministro, da dove si parte?
Nel nostro sistema ci sono non comuni qualità scientifiche: questa è una base fondamentale su cui ragionare.
Un discorso che vale anche per l’università?
Sì, ma l’università italiana sta peggio di come dovrebbe, ma meglio di come si racconta. L’OCSE vuol estendere il metodo-Pisa con cui si misura la qualità degli studenti fino alle medie superiori: ho immediatamente fatto aderire l’Italia a questa ipotesi, ma due Paesi hanno posto il veto, Gran Bretagna e Stati Uniti.
Perchè?
Si tratta di Paesi in cui, se si scende dal cerchio delle supereccellenze - come Yale, Princeton, Oxford, Cambridge - la qualità media del sistema non è grandemente superiore alla nostra. Anzi, per molti versi è inferiore.
Secondo lei, come siamo messi?
Partiamo da una base solida, abbiamo fondamentalmente un problema di risorse: investiamo lo 0,88% del Pil per l’università, l’1,1% per quelle voci che negli standard internazionali si chiamano Research and development. Siamo sotto le medie europee, e molto sotto quelle OCSE.
E lontanissimi dalle medie previste dal Protocollo di Lisbona sulla formazione continua.Era previsto il 12%...
Sì, noi siamo intorno al 6.
Vuol dire che bisogna investire di più?
Sì, dobbiamo aumentare gli investimenti pubblici, ma anche e soprattutto quelli privati: quasi dovunque, quando lo Stato mette un dollaro o un euro, l’impresa ne mette due o tre. In Italia le imprese mettono appena 50 centesimi.
Ma il tessuto imprenditoriale italiano è fatto di piccole e piccolissime imprese. Cosa investono?
Sì, la loro struttura non favorisce, ma c’è una cultura dell’imprenditore medio italiano che non aiuta.
Parliamo di come investe lo Stato: i rettori hanno protestato duramente per i tagli in Finanziaria al fondo di finanziamento ordinario (FFO).
E’ vero, ma ci sono tanti soldi nuovi per i programmi e i progetti di ricerca.
Sembra una contraddizione.
Lo so, perchè se hai soldi per i programmi, dovresti averne anche per le attività normali. Diciamo che abbiamo pagato qualche prezzo ad una situazione finanziaria pesante che abbiamo trovato, e che abbiamo messo sostanzialmente a posto in pochi mesi.
L’altra grande grana dell’università italiana sono i concorsi. Lei ha da poco firmato un provvedimento: cosa fare per selezionare i meritevoli e i bravi?
Tra qualche giorno escono le nuove regole per il reclutamento dei ricercatori, accanto ad un piano straordinario per l’assunzione dei ricercatori che parte tra poco. Le nuove norme sono conformi agli standard internazionali.
Può fare qualche anticipazione?
Quelli che hanno titoli per partecipare verranno valutati da una rivista di pari internazionali anonimi.
Come oggi avviene per le pubblicazioni.
Esatto, sulla base dei curricula degli aspiranti. Ci sono degli anonimi dentro un elenco internazionale, che diranno “buono, non buono”.
Poi che accadrà?
Su questa valutazione, le università si assumono la responsabilità - anche con procedure semplificate - di decidere chi entra. Dopo tre anni, c’è una valutazione degli assunti: chi ha retto alla prova, resta. Chi non regge, va via.
Chi farà questa valutazione?
L’agenzia nazionale di valutazione, che nel frattempo sto costituendo.
Dica la verità: quanta resistenza sta trovando su questi meccanismi?
Più del necessario, ma le assicuro che non è tale da fermare il treno.
Da quando è diventato ministro, ha attaccato la proliferazione dei corsi, i concorsi, le università telematiche, i baronati, ed altro ancora. A suo nipotino, quando avrà l’età, per cosa dirà che vale la pena andare all’università?
Dirò che continua ad essere un concentrato di cultura, di formazione, di sapere formidabile, con tutti i vizi e difetti, come i casi di malauniversità, per i quali per la prima volta - quando assumono rilevanza penale - il Ministero si è costituito parte civile, come è avvenuto a Bari e a Bologna.
Come mai?
Non occorre sparare nel mucchio, occorre mirare quei casi: non bisogna dire che è tutto uno schifo. Sarebbe veramente sbagliato. Al nipotino direi: vai all’università perchè aumentano le tue chances e impari un sacco di cose.
In questa fase di transizione per l’Università, cosa si sente di dire agli studenti?
Sto lavorando alla Carta dei diritti e dei doveri degli studenti: devono avere diritti garantiti. In università devono trovare un ambiente che agevoli il percorso di formazione e garantisca la qualità. Ma anche doveri: quando finisce in regola, uno studente è costato allo Stato 500mila euro, un miliardo delle vecchie lire. Se poi diventa dottore di ricerca, la somma aumenta: soldi che hanno messo quelli che hanno pagato le tasse, quindi essenzialmente lavoratori dipendenti. Hanno il dovere di restituire ciò che gli è stato pagato alla società - e non solo alla famiglia - in termini di lavoro e competenze.
 
articolo comparso sul numero 13 del 1 aprile 2007
pubblicazione su web su autorizzazione del settimanale diocesano  
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