Cambio generazionale: piano di uscita fino al 2012 per i docenti ordinari e 100 nuovi incarichi l’anno
24 March 2007

GIOVANNA FAVRO

Sono i cattedratici più autorevoli, rispettati e famosi. Quelli che hanno lasciato il segno con i loro studi, che hanno cambiato molti termini del sapere scientifico e che detengono il potere all’Università degli Studi da trenta o quarant’anni. Sono i docenti più anziani, che hanno formato generazioni di studenti: saliti in cattedra a cavallo degli Anni Settanta, hanno accompagnato e costruito all’ateneo di via Po il passaggio dall’università d’élite a quella di massa. Ben 500 di loro andranno in pensione entro 5 anni. Cento giovani all’anno saranno inseriti al loro posto, o meglio andranno ad occupare, per lo più, i ranghi più bassi della scala accademica, avviando un imponente rinnovamento.

Il rettore Ezio Pelizzetti ha varato un piano per governare il poderoso ricambio generazionale in corso nell’ateneo, così come in molte università italiane. Il suo predecessore, Rinaldo Bertolino, aveva già deciso i primi provvedimenti e piani nel 2002: già all’epoca si previde che le uscite di massa dei professori sarebbero cominciate nel 2006, e sarebbero esplose dal 2007. Ora l’esodo è arrivato. Continuerà a crescere fino al 2012, fino a toccare quota 500. Sarà un passaggio di consegne generale: visto che i professori ordinari sono oggi 724, significa che i due terzi cederanno la mano entro 5 anni.

Tra loro c’è il fior fiore dei «big» dell’ateneo. Qualche esempio? L’ha già lasciato Nicola Tranfaglia, e da poco non sono più in cattedra a Medicina Alberto Sartoris, Giorgio Emanuelli e Giulio Preti. Se nel blocco degli umanisti che si ritireranno entro il 2012 c’è Gianni Vattimo, sono di poco più giovani Gian Luigi Beccaria o Giuseppe Ricuperati. Va in pensione a Giurisprudenza un nome di fama come Carlo Federico Grosso, ed è già a casa uno dei re della facoltà di Lingue, Pablo Luis Avila. Entro il 2012 saluteranno quella di Economia Franco Reviglio, Onorato Castellino, Giovanni Zanetti e Giorgio Pellicelli; a Medicina potrebbe andarsene entro fine anno Vittorio Vercellino, a Farmacia Giuseppe Della Gatta. Da Lettere uscirà entro un paio d’anni Aldo Agosti.

Il fiume di pensionamenti («cessazioni previste», le chiamano all’Università) è frutto dell’ondata di concorsi che rispose all’impetuosa crescita della popolazione studentesca intorno al ‘68, con mega concorsi e immissioni in ruolo in blocco, come accadde nel 1971-72. Entrati nell’ateneo tutti insieme, e spesso molto giovani, questi professori ne stanno ora tutti insieme uscendo, dopo aver saldamente retto facoltà e dipartimenti per anni e anni. L’età media dei professori ordinari dell’ateneo è 59 anni, ma più di metà è sopra i 60, e entro 5 anni sfiorerà i 72, traguardo massimo per la pensione, o raggiungerà i 35-40 anni di lavoro, e lascerà la cattedra.

Il piano degli organici previsto dal rettore mira a evitare svuotamenti improvvisi di corsi di laurea e dipartimenti, graduando e favorendo le entrate di giovani. «Abbiamo deciso - dicono Pelizzetti e il prorettore Sergio Roda - di non aspettare i pensionamenti per assumere ricercatori: ne immetteremo in ruolo, fino al 2012, cento all’anno, indipendentemente dal numero di uscite di quell’anno: in questo momento stiamo assumendo più giovani di quanti professori escano. Cerchiamo di spianare un po’ lo scalino, evitando di far entrare di colpo 500 persone tutte insieme creando di nuovo un buco, un salto generazionale».

Secondo punto del piano anti-rughe, gli incentivi alla pensione: «I colleghi che lasceranno l’ateneo prima del limite massimo d’età, consentendoci di liberare risorse per assumere giovani, potranno continuare a insegnare e a far ricerca ancora sei anni, come professori a contratto». Saranno banditi dei concorsi per i corsi lasciati liberi, ma ovviamente non si potrà che ritenere adatto chi ha svolto l’incarico fino a quel momento.

Tra chi non ha intenzione di uscire in anticipo c’è Gianni Vattimo: «Compirò 72 anni nel 2008. L’università non mi piace più: il 3+2 è stata una turpe riforma. Rimpiango gli anni in cui i corsi andavano da novembre a giugno: c’era il tempo di conoscere gli studenti, di far leggere loro dei libri. Oggi ho 3 corsi da 30 ore, ciascuno compattato in 5 settimane, e questa possibilità non c’è più. L’ateneo è ormai un “insegnificio”». Ciononostante, «resterò fino alla fine. Temo che dopo sia peggio. Ho visto troppi pensionati perdere la testa».

Fonte: http://www.lastampa.it


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