Prosegue l’inchiesta di Punto Informatico. I pareri di Renato Guarini e Corrado Bohm.
14 March 2007

Il Rettore de La Sapienza a Punto Informatico: poca trasparenza nei concorsi, precariato diffuso e altre carenze. Ma non tutto è grigio. Il Governo? Per ora interventi inefficaci - a cura di L. Spinelli

Roma - Prosegue l'inchiesta di Punto Informatico sullo stato dell'informatizzazione in Italia e nelle Università. Dopo l'intervista al ministro Antonio di Pietro è la volta di Renato Guarini e di Corrado Bohm. Il primo è l'attuale rettore de La Sapienza di Roma, la più grande università d'Europa, ed è stato membro del CNR e di varie commissioni ministeriali tra le quali quella per la stesura dei decreti d'area. Il secondo è professore emerito della stesso ateneo, noto internazionalmente come ideatore di due teoremi che portano il suo nome (il Teorema Bohm-Jacopini e il Teorema di Böhm).

A Guarini abbiamo posto alcune domande sulla condizione dell'università nel suo complesso, mentre a Böhm un paio di domande più specifiche sulla diffusione tecnologica.

Punto Informatico: La cosiddetta "fuga dei cervelli" dall'Italia assume spesso i connotati di una diaspora. Questo nonostante i ripetuti impegni del governo, e il piano annunciato qualche mese fa per incoraggiare il ritorno dei ricercatori. Qual è la situazione, oggi, per un ricercatore italiano?
Renato Guarini: Sicuramente si sono fatti tentativi per migliorare la situazione dei ricercatori in Italia, ma gli ultimi interventi legislativi - che si proponevano come risolutivi - non hanno inciso positivamente.

PI: Quali sono i punti critici?
RG: Di fatto il reclutamento dei giovani ricercatori in Italia non è ancora basato su percorsi trasparenti, capaci di premiare il merito. I giovani si trovano quindi ad affrontare generalmente un periodo di precariato, durante il quale il loro rapporto di collaborazione con l'università assume forme contrattuali non sempre proprie, né adeguate in termini di retribuzione.
Lascia ben sperare l'impegno dichiarato dall'attuale ministro Fabio Mussi per reclutare ricercatori con procedure concorsuali basate su nuovi criteri di valutazione.

PI: Intanto, però, l'annuale classifica dell'Università Jiao Tong di Shangai mostra un'Università italiana poco competitiva, nella quale soltanto la sua università si colloca tra i primi cento atenei. In uno scenario del genere, quali sono le prospettive reali?
RG: Oggi le università europee, e quelle italiane in particolare, sono indubbiamente in difficoltà sul terreno della competitività. Giocano a sfavore fattori di debolezza che riguardano sia aspetti strutturali, sia aspetti identitari, tra loro strettamente correlati.
Per quanto riguarda l'assetto strutturale, siamo posti di fronte a due modelli alternativi: da un lato l'università che vive - o sopravvive - di finanziamenti pubblici e che si rivolge alla società nel suo complesso; dall'altro l'università sostenuta da capitali e finanziamenti privati, tendenzialmente elitaria.
Si tratta di una contrapposizione da superare, prevedendo per le università pubbliche contributi privati accanto ad un impegno statale prioritario; per quelle private un maggiore impegno alla soluzione dei problemi che la società denuncia.

PI: Che benefici ne deriverebbero?
RG: Questo significa mettere l'università pubblica in stretta connessione con il sistema entro il quale opera, al fine di portare gli atenei europei a livelli di finanziamento complessivo pari a quelli che ricevono oggi, per esempio, le migliori università degli Stati Uniti.
Si pensi, per citare un riferimento comparativo, che mentre i paesi europei spendono in media poco più dell'1% del Pil per l'istruzione terziaria, gli Stati Uniti spendono il 2,6%, di cui l'1,4% deriva da finanziamenti privati e l'1,2% da fonti pubbliche.

PI: Diceva che il problema non è solo strutturale...
RG: Vi è infatti anche la necessità di mutare il nostro atteggiamento, e di mettere meglio a fuoco la percezione che abbiamo delle nostre reali capacità.
Le università americane esprimono in ogni ambito una manifesta convinzione del proprio agire e la certezza di svolgere un ruolo importante nel progresso della società, sia all'interno sia all'esterno del loro paese.
Le università europee, in particolare quelle italiane, sembrano invece avere attutito la consapevolezza del proprio ruolo nella società, nel sistema formativo, nel tessuto produttivo e conseguentemente del proprio valore e della propria visibilità.
È urgente quindi una riaffermazione di cittadinanza che sappia ridare fiducia agli atenei europei, confermare l'importanza di quella straordinaria struttura di diffusione della conoscenza che l'Europa ha costruito con le sue università a partire dal Medioevo, elemento fondamentale della koiné europea.

PI: Un paio di domande anche per il prof. Böhm. Per quanto in sua conoscenza, qual è attualmente lo stato dell'informatizzazione nella nostra università?
Corrado Böhm: Nel dipartimento d'informatica dove ho lavorato e nel quale sono da nove anni professore emerito, l'informatizzazione è ancora discreta, non siamo totalmente in balia della Microsoft, ma i temi di ricerca più scottanti non sembrano ancora essere pienamente recepiti e, soprattutto, affrontati nelle nostre università.
Per quanto concerne gli studenti, grazie all'enorme sviluppo e diffusione dei giochi informatici sui più recenti dispositivi elettronici - dai PC, ai portatili, dai PDA, fino ai cellulari - è stata acquisita una certa familiarità. Ma non posso fare a meno di ribadire quanto sia necessario, nell'attuale rivoluzione informatica, allenare quei giovani dotati di fantasia e passione, rinforzati da solide basi teoriche, a risolvere i nuovi ed attraenti problemi che la tecnologia pone.

PI: Un altro problema per l'Italia è l'età avanzata della popolazione e la sua scarsa inclinazione all'uso del computer e di Internet. Tutto ciò a lungo andare potrebbe gravare sulla competitività. Come si potrebbe contrastare questo problema?
CB: Credo sarebbe importante intanto instaurare solidi rapporti bilaterali con università estere, in particolare quelle indiane: se non invitiamo dei giovani ricercatori indiani (o da stati ancora a più ad est) a tenere dei corsi, la vedo brutta per le classifiche dei prossimi anni.
Per quanto riguarda gli anziani, cominciamo con l'insegnare l'uso di Internet per risolvere, ad esempio, problemi di enigmistica, raccomandando loro di trasferire tali insegnamenti ai propri nipoti. Sicuramente la situazione inizierebbe a migliorare.

a cura di Luca Spinelli

Fonte: http://punto-informatico.it

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