Le università dovranno versare alla Tesoreria centrale una cifra correlata al loro bilancio
16 January 2007
da lavoce.info
I fondi pubblici per l’università
Daniele Checchi
Tullio Jappelli
 
La Finanziaria per il 2007 ha escluso il comparto scuola, ma non quello dell’università dal decreto Bersani. Gli atenei sono infatti obbligati a versare alla Tesoreria centrale una cifra correlata all’entità dei loro bilanci. Data la rigidità della spesa corrente per personale e per consumi, ciò potrebbe comportare tagli al finanziamento locale della ricerca e il blocco del turnover del personale. D’altronde, il sistema universitario è manifestamente afflitto da corporativismo, clientelismo, uso inefficiente delle risorse, attività didattica e di ricerca inadeguata. Ci si domanda dunque se non sia opportuno affidare ai privati l’Università, o se sia invece preferibile continuare con la gestione pubblica.
 
Il finanziamento dell’università
 
Il principio generale che sia opportuno continuare a finanziare l’università con fondi pubblici non è in discussione. Accrescere il numero dei laureati stimola la crescita della produttività al punto di rendere conveniente finanziare l’istruzione anche per chi non frequenta l’università. Uno studio di Ciccone, Cingano e Cipollone stima il rendimento sociale dell’istruzione nell’ordine del 7 per cento, e dell’8 per cento nelle regioni meridionali. (1)
Anche il rendimento privato dell’istruzione universitaria è nettamente superiore a quello di investimenti finanziari alternativi. In Italia i laureati guadagnano in media il 55% in più di coloro che hanno un diploma di scuola media secondaria. Anche tenendo conto del fatto che diplomati e laureati hanno caratteristiche e abilità diverse, il divario di reddito è tale che rende conveniente l’investimento privato in istruzione. Tale investimento richiede però cifre significative. Bisin e Moro stimano che il costo diretto (tasse universitarie, libri, affitti, ecc.) e indiretto (il mancato reddito durante gli studi) di una laurea supera i 70mila euro. Molte famiglie italiane non sono in grado di affrontare questo costo; e a tutt’oggi, il sistema bancario non fornisce su larga scala prestiti di mercato garantiti dal reddito dei futuri laureati.
Non è quindi un caso che nessuno ponga in discussione un ruolo di rilievo per lo Stato nell’istruzione terziaria. Mediamente, i principali paesi Oecd spendono poco più dell’1 per cento del Pil in formazione universitaria (vedi figura 1). Con l’eccezione del Canada e degli Stati Uniti (dove sia la spesa pubblica sia la spesa privata superano l’1%), la spesa privata è largamente inferiore a quella pubblica. In termini di spesa complessiva, gli estremi sono l’Italia (0,9% del Pil) e gli Stati Uniti (2,9%).
 
Le modalità di finanziamento
 
Vi sono tre modalità principali di finanziamento pubblico dell’università: (1) erogazione diretta di fondi agli atenei (secondo qualche criterio: a pioggia, sulla base del numero degli studenti iscritti, secondo la produttività dei docenti e delle sedi, eccetera) (2) borse di studio che gli studenti possono utilizzare presso la sede universitaria di loro scelta; (3) prestiti agevolati di lungo periodo garantiti dallo Stato. Ovviamente, ciascuna modalità ha costi di gestione ed efficacia nella rimozione delle barriere d’accesso diversi.
L’opzione maggiormente utilizzate in area Oecd è la prima (vedi figura 2); più raramente si ricorre al sistema dei prestiti e delle borse di studio. In alcuni paesi (Nuova Zelanda, Portogallo) vengono erogati alle famiglie anche dei buoni scuola, ma questa modalità (che nel grafico è incorporata nei finanziamenti diretti alle università) è poco utilizzata altrove. Ciò si spiega anche con il fatto che il sistema dei buoni funziona molto meglio quando i tassi di partecipazione si avvicinano al 100 per cento, come nella scuola dell’obbligo. Inoltre essi comportano il rischio che le università (sia pubbliche sia private) si approprino dell’importo dei buoni aumentando proporzionalmente le tasse di iscrizione, come si è verificato nel caso delle scuole private in Lombardia.
 
Fornitura pubblica o privata?
 
Resta aperta la questione della necessità e utilità della gestione pubblica dell’università. La mancanza di incentivi e i meccanismi di governance dell’Università italiana si riflettono in una cattiva distribuzione del personale, un uso inefficiente delle risorse, comportamenti corporativi e clientelari. Nella situazione attuale non ci sembra però che la fornitura privata dell’istruzione universitaria possa, di per sé, risolvere questi problemi. Ciò per almeno due ragioni.
Le "imprese università" potrebbero essere indotte a sviluppare la ricerca e la didattica solo nelle discipline che assicurano adeguata redditività (dei brevetti o delle rette universitarie), in rapporto agli investimenti in attrezzature e personale necessari. Alcune aree disciplinari rischierebbero l’estinzione (2) e la ricerca di base richiederebbe quindi una politica di sostegno pubblico. Ciò che si voleva lasciare fuori dalla porta rientrerebbe quindi dalla finestra sotto forma di sussidi finalizzati al sostegno di alcune aree di ricerca.
Il secondo aspetto riguarda l’informazione. La concorrenza tra atenei richiede, oltre che un’elevata mobilità degli studenti, anche la conoscenza della qualità dei servizi offerti. Tuttavia, la qualità dell’istruzione universitaria è molto difficile sia da misurare sia da percepire. Un esempio di cosa potrebbe accadere è la triste vicenda dei crediti formativi (in sostanza esenzioni da esami) riconosciuti per presunte esperienze professionali, così come la proliferazione abnorme di corsi di laurea e master. Abbiamo già oggi università che vendono pezzi di carta chiamandoli lauree, diplomi, master, dottorati, e così via. Naturalmente consumatori bene informati non dovrebbero acquistare titoli di studio che non valgono nulla. Ma è difficile accertare la qualità del bene quando gli incentivi ad acquisire informazioni sono bassi a causa del forte sussidio pubblico all’acquisto.
L’Università italiana disperde risorse preziose e le utilizza in modo inefficiente. Incentivi e concorrenza possono essere promossi mantenendo la gestione pubblica dell’istruzione ed utilizzando gli strumenti di cui già si dispone. Si tratta di condizionare una quota consistente dei finanziamenti pubblici ai risultati delle valutazioni del Civr, già disponibili da un anno, ma ancora mai utilizzate; ridistribuire il costo delle università aumentando le tasse per gli studenti provenienti da famiglie più agiate e, a parità di bilancio, le borse di studio e le infrastrutture per gli studenti con redditi meno elevati; riformare il sistema di governance delle università, superando le attuali modalità consociative, dove chi governa viene eletto da coloro che dovrebbero essere controllati e valutati; liberalizzare il rapporto di lavoro del personale docente e non docente, differenziando le carriere e le retribuzioni, e prevedendo la possibilità di licenziamento per scarsa produttività; valutare il costo delle sedi e del personale in rapporto al numero degli studenti e alla qualità della ricerca e chiudere gli atenei e le facoltà meno produttive.
 
 
(1) Nel lavoro si dimostra anche che "nel lungo periodo la maggior spesa pubblica necessaria a finanziare un dato aumento del livello di istruzione sarebbe compensata, specie nelle regioni meridionali, dall’aumento delle entrate fiscali, a parità di struttura di prelievo, e dai minori costi derivanti dall’aumento del tasso di occupazione".
(2) È emblematico a questo riguardo il caso portoghese, dove per ampliare il numero dei posti offerti all’università (essendo quella pubblica a numero chiuso) è stato favorito lo sviluppo di un settore universitario privato finanziato con buoni scuola. Le università private si sono sviluppate solo nelle aree disciplinari con basso costo delle attrezzature (principalmente quelle umanistiche), data la maggior dimensione del mercato potenziale.
 

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