Su Scriptamanent.net recensione, a cura di Luigi Grisolia, del libro "Al Magnifico Rettore. Tesi di Laurea" scritto dal calabrese Ninello Nerpa
15 November 2006
RASSEGNA WEB

Su Scriptamanent.net recensione, a cura di Luigi Grisolia, del libro "Al Magnifico Rettore. Tesi di Laurea" scritto dal calabrese Ninello Nerpa
   
 
L’ARTICOLO di Luigi Grisolia
 
Ombre sul mondo accademico: un giovane contrattista racconta
Negli anni del suo “precariato”, Perna denunciò gli squallori, tuttora esistenti, dell’ambito universitario. E s’interroga, oggi, sul senso della ricerca scientifica
All’interno della collana diretta da Aldo Maria Morace e denominata Scrittori di Calabria, coedizione Illisso-Rubbettino, che abbiamo già avuto modo di presentare in un precedente numero (per leggere l’articolo, clicca qui), è uscito nei giorni scorsi un libro di Tonino Perna, docente di Sociologia economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Messina, intitolato Al Magnifico Rettore. Tesi di Laurea (Prefazione di Morace, pp. 206, € 5,90).
Un testo molto interessante che si suddivide in due parti. La prima, Al Magnifico Rettore, era già stata pubblicata nel 1979, ma sotto un pseudonimo. Perché? Perché allora Perna – nello scritto, il dott. Greco, definito efficacemente da Morace come il suo «doppio» – era un giovane contrattista, un precario detto in termini “lavorativi”, una persona priva di un sistema di riferimento per il suo futuro e ancora alla ricerca di un impiego certo su cui contare, che raccontava, senza peli sulla lingua, gli squallori che osservava nel mondo universitario. Era, insomma, una testimonianza scomoda, soprattutto a quei tempi. Nonostante l’uso del falso nome ben presto venne “identificato”, e per anni ebbe problemi in quanto autore di questa pubblicazione; ma la sua tenacia, la sua preparazione e le coraggiose prese di posizione gli consentirono di giungere al vertice della gerarchia accademica. Si comprende bene allora quanto tale testo sia ancora attuale, nonostante, come testimonia Morace, lo stesso Perna avesse dei dubbi quando fu decisa la riedizione.
Uno scritto piacevole anche per la descrizione della vita di quegli anni, che si svolgeva tra Reggio Calabria e Messina (la prima, città di origine di Perna-Greco, la seconda sede della Facoltà di Scienze politiche in cui “bazzicava”).
La seconda parte, invece, Tesi di Laurea, è inedita, ma è altresì collegata alla precedente: Perna s’interroga qui sul senso della ricerca scientifica. La riflessione nasce dal ritrovamento, nei meandri del suo ufficio, di una vecchia tesi di laurea. L’autrice ha completato il lavoro, però poi non si è laureata e di lei si son perse le tracce...
Al lettore il compito di proseguire, anzi, di immergersi nella lettura di questo interessante “doppio” libro, quattordicesima uscita de Gli scrittori di Calabria: noi, intanto, come aperitivo, pubblichiamo qui di seguito dopo la firma di chi scrive, la Prefazione di Morace.
Luigi Grisolia
 
 


LA PREFAZIONE al libro di Ninello Nerpa

Al Magnifico Rettore fu pubblicato nel 1979 dall’editore Pellicanolibri di Catania; l’autore si celava sotto un nom de plume, Ninello Nerpa, reso necessario dal fatto che egli era, allora, all’inizio della sua carriera accademica e temeva ritorsioni da parte del mondo accademico, come poi puntualmente accadde. Non bastò la fragile maschera di uno pseudonimo a nasconderlo alla dimensione occhiuta del potere baronale: il libro circolò attivamente tra i docenti e gli studenti che gravitavano fra Reggio e Messina, ma venne letto un po’ dovunque in Italia, attirando l’attenzione di lettori non banali e non rinchiusi soltanto nell’asfittico ambito universitario. E se nel suo habitat naturale venne consumato con attenzione anche pettegola, per decrittare i personaggi reali che si celavano sotto la finzione degli antroponimi, altrove l’interesse era suscitato da ben diverse motivazioni, che coglievano le linfe vitali del libro nel suo essere il riflesso rivelatore di una categoria sociale, allora inedita, che diveniva una nuova tipologia di condizione umana ed esistenziale.
Da allora il contrattista universitario Tonino Perna, l’autore che si nascondeva sotto il nom de plume, ha fatto molte cose: si è interessato proficuamente di cooperazione con i paesi in via di sviluppo; ha cercato (molto spesso riuscendovi ottimamente) di attivare le energie represse e sclerotizzate della provincia reggina e la coscienza culturale della regione calabrese, soprattutto in ambito ambientalistico; è stato anche il presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte, imprimendovi un dinamismo che aveva posto l’ente tra i più inclini a battere le strade nuove della valorizzazione ambientale. Ha fatto anche carriera accademica: è giunto all’apice della gerarchia, e dunque si è mitridatizzato dalle ostilità rancorose e dalle ritorsioni che per lunghi anni ha dovuto subire per quel libro giovanile, Al Magnifico Rettore, che continuava a circolare in fotocopia, come è accaduto anche al fortunatissimo romanzo di Federico Moccia, Tre metri sopra il cielo, prima che prendesse il volo sino a divenire un fortunato bestseller. Ha continuato, Perna, ad assumere posizioni coraggiose in ambito universitario, promuovendo inchieste sociologiche e tesi di laurea che gli hanno creato non pochi problemi in un mondo notoriamente incline alla circospezione, restìo a toccare i problemi scottanti del territorio (in particolare per ciò che riguarda la mafia) e chiuso nei suoi riti e nei suoi segreti.
Non è stato facile convincere l’autore a ristampare Al Magnifico Rettore: con una malcelata quota di civetteria si chiedeva se avesse senso ripresentare il libro, a trent’anni dalla sua prima apparizione. La ritrosia è stata vinta dalle ragioni che in quell’occasione addussi, affastellate ma convincenti: le stesse che vengono ora riesposte in una trama concettuale più articolata ed organica. La prima, la più importante, è che a rileggerlo oggi il libro mostra una sorprendente vitalità. Come quasi sempre accade, senza precisa consapevolezza l’autore vi ha disegnato un microcosmo, ed un momento della società italiana degli anni Settanta, cogliendo tra i primi in Italia una tipologia del lavoro intellettuale ― il precariato ― destinato a divenire una categoria codificata, stabilizzata nella sua instabilità, e sempre più estesa in ogni fascia occupazionale. La vita frustrante del contrattista universitario è stata, a ben guardare, il laboratorio di una condizione e di una evoluzione di cui soltanto oggi possiamo cogliere tutta la bifronte incidenza sociale: devastante, quando sprofonda accidiosamente nelle plaghe dell’insignificanza e di uno squallido galleggiare, come il turacciolo sull’acqua; o, all’inverso, reattivamente tensiva, quando l’insicurezza occupazionale stimola le energie creative e libera cariche innovative, che hanno mutato radicalmente il profilo della società occidentale.
Al Magnifico Rettore descrive la vita frustrante di un contrattista universitario, che ha fruito prima di una borsa di studio postlaurea e poi ha avuto una sorta di conferma, un contratto, che renderebbe possibile anche l’attribuzione di un incarico universitario, ovvero l’assegnazione temporanea di un insegnamento: un ulteriore passo verso un bando di concorso, quello di ricercatore, che lo incardinerebbe a tempo indeterminato nella gerarchia accademica, aprendogli le porte della carriera. Una condizione ancipite, dunque, sospesa pericolosamente tra il pieno e il vuoto, priva di un sistema di riferimento, soggetta senza ripari al potere assoluto del professore di riferimento, detentore del diritto di vita o di morte sul povero precario, e ossessivamente condizionata dalla necessità di studiare per pubblicare contributi scientifici e poter aspirare all’agognato incarico di insegnamento ed alla messa a concorso del posto di ricercatore, evoluzione e diversificazione (con diversa dignità) del ruolo di assistente. Perna racconta questa vita strozzata, alienata, immiserita, attraverso il registro satirico (una satira acre eppure carica di pietas) ed una sequenza di stazioni conoscitive, che compongono una sorta di laica via crucis del precario universitario e, al tempo stesso, divengono una discesa nell’inferno di questa condizione e un introibo alla quotidianità, ai riti, alle lotte intestine del mondo accademico, sempre però giocando sulla dimensione alleggerente dell’ironia, sapientemente modulata tra toni graffianti ed altri più blandi e, appunto, pervasi di umana pietà.
Si compone, così, un memorabile affresco satirico di questo mondo: il diritto dell’aspirante ricercatore a studiare, conteso dalla famiglia e dal cicaleccio dei colleghi, con la tentazione sempre in agguato del lasciarsi andare abbandonatamene sul filo della corrente, arrendendosi alla vita ed all’accidiosità tentacolare della provincia; la caccia allo studente da parte dei docenti, in virtù dell’equazione più studenti=più potere, con facilitazione estrema del programma da presentare all’esame e conseguente abbassamento del livello di formazione professionale (un aspetto predicente, questo, e destinato a divenire epidemico nei decenni successivi, come dimostra l’attuale ordinamento delle lauree triennali); il rito stanco, affrettato e abborracciato dell’esame nell’università di massa, con l’espediente grottesco del voto-totip, ovvero ridotto a funzione disumanizzata ed inutile; la scientificizzata funzione copulatoria che il prof. Scalatore esercita metodicamente con le studentesse compiacenti, in una dimensione priapica che identifica l’organo sessuale con l’esercizio del potere; la descrizione non dimenticabile del funerale del barone accademico prematuramente scomparso, con l’investitura in pectore del nuovo Preside di facoltà da parte del Rettore e susseguente rimescolamento di tutte le previsioni relative ai giochi di potere, agli incarichi di insegnamento, ai concorsi da bandire; e, infine, la celebrazione del rito supremo, il convegno organizzato in loco, con le manovre che si ordiscono dietro la facciata della scientificità e che si coagulano strepitosamente nella metafora femminile della donna che transita davanti agli occhi dei convegnisti e che è, tout court, la “carriera”, deità cui tutto deve essere sacrificato ed a cui ogni atto di vita e di pensiero è rivolto.
Non è un mondo narrativamente inedito: basti pensare a Il ballo dei sapienti di Maria Corti, tanto per fare un unico esempio tra i tanti che si possono addurre, o, su altro versante, a certi spaccati del mondo accademico che sono percepibili nei romanzi di Philip Roth. Nuovo è, invece, che Perna abbia descritto il mondo accademico dal punto di vista di un paria universitario, il dott. Greco, ovvero di un borsista o assegnista o contrattista che aspira a entrare stabilmente in esso, che investe tutte le sue energie intellettuali ed esistenziali nel miraggio di perseguire una carriera scientifica, ma che vivendo ai margini di questo mondo può coglierne gli aspetti più vacui e squallidi, occultati dietro i fasti e gli orpelli. In tal senso il libro diviene la metafora stessa di ogni lavoro precario, della sua condizione incerta e periclitante, e della dimensione epocale che esso ha assunto nel nostro tempo, sino a caratterizzarlo.
Sarebbe in errore, però, chiunque si fermasse ad una lettura “satirica” di Al Magnifico Rettore, comunque lecita ed appagante e gustosa. Ci sono altri aspetti del libro che sono calati nella sua carne viva, rendendone possibile una ricezione a più livelli, sui quali vorrei richiamare l’attenzione del fruitore. In sintonia con la collana “Scrittori di Calabria”, in cui viene ripresentato ad un trentennio dalla sua apparizione in maschera, la narrazione è ambientata in quel braccio di mare che separa ed unisce Reggio, la città dove vive il dott. Greco, e Messina, in cui si è laureato e lavora come contrattista nella facoltà di scienze politiche. Il mare diviene in Al Magnifico Rettore un’entità non solo da varcare con frequenza bi- o trisettimanale per raggiungere il “posto di lavoro”: è l’emblema di una pendolarità, di una transumanza, di un’incertezza vitale, di una instabilità barometrica ed atmosferica che sono inscindibilmente connesse ad una provincia ben connotata ed individuata, con il pigro ed abulico gocciare del suo quotidiano, e che al tempo stesso si traslitterano a cifra “morettiana” di una crisi che era quella della società italiana e, più in generale, occidentale, negli anni Settanta, in una versione esemplare di particolare e di totale (“glocal”, secondo il termine alla moda), in cui le periferie sono divenute altrettanti centri, che si intersecano tra di loro congiungendo insieme, appunto, il locale e il globale in rapporto dinamico.
Quella che trova espressione nelle pagine di Al Magnifico Rettore, se si va al di là della satira antiaccademica, è la crisi di un giovane intellettuale che s’interroga sul problema del rapporto fra ricerca e potere e che da ultimo giunge alla constatazione, amara, che il potere è più dinamico e concreto dei conati (sterili) che i giovani riformatori vanno elaborando per minarlo o svellerlo, magari dall’interno. Ciò che il dott. Greco sognava (utopicamente) – avendo scelto per questo di non essere un intellettuale della diaspora, ma di rimanere nella sua terra per promuoverne il rinnovamento profondo – era di elaborare una ricerca scientifica che fosse utile alle masse proletarie, cui legarsi organicamente; e deve invece constatare che il popolo non recepisce, anzi travisa i suoi messaggi, e che la cesura profonda tra intellettualità e proletariato è ben lontana dal consentire un ponte di congiunzione.
Il libro diviene, così, anche la storia della constatazione di uno scacco: in pagine di saggismo scientifico vero e proprio, irte di grafici e di tabelle, il Perna autore riversa in proprietà al suo doppio, il personaggio dott. Greco, qualche lacerto dei propri elaborati scientifici. L’intento autoriale è quello di perseguire una formula (creata intuitivamente, ma efficace nella sua non facile solubilità) di romanzo-saggio; quello del personaggio cui è deputata la finzione di scrivere pagine scientifiche è di perseguire, appunto, una scienza non erudita, non astratta dal popolo e dai bisogni innovatori della società, non puramente protesa ad inanellarsi in un curriculum accademico ed a divenire titolo da far valere ai fini del carrierismo accademico.
Amaramente Greco deve confessare a se stesso (e, prima di lui, l’autore) di avere fallito: il potere, proprio recependolo in forma precaria (un lavoro-non lavoro) all’interno dell’istituzione, lo ha emarginato dal tessuto della società, lo ha sterilizzato e reso inoffensivo, impedendogli di rinverginarsi nella massa proletaria. Ma questo suo viaggio coscienziale è, anche, una microscopia dell’umanità con cui viene in contatto e della società stessa, cui guarda con attrazione e repulsione: di qui la messa in berlina della burocratizzazione degli apparati dei partiti che dovrebbero indicare e guidare la palingenesi della società; di qui la percezione improvvisa (e tanto più violenta perché inaspettata, giungendo a Greco nel corso di una tornata di esami, in cui egli espleta una funzione di potere per delega baronale) del prezzo di dolore e di sangue che pagano gli strati emarginati della popolazione quando condannati alla disoccupazione; di qui, soprattutto, le pagine dense (e precorritrici) di analisi sul meccanismo economico che incrementa il precariato ed il lavoro nero, al servizio di un modello mafioso di sviluppo (quello che viene fatto oggetto, nel corso di una sonnacchiosa seduta di convegno, della illuminante relazione di Mahatma Carlo, sconosciuto studioso italo-indiano). È un carico ossessivo, assillante, nevrotizzante di frustrazioni e di delusioni, quello che pervade per intero la vita alienata del dott. Greco; e nel percorso della sua delusione (il libro si chiude con la domanda in “burocratese” al Magnifico Rettore, perché voglia restituirgli gli ultimi cinque anni di non-vita) è percepibile l’immagine di uno scacco che travalica il caso singolo dell’intellettuale disancorato per divenire il riflesso emblematico, narrativamente felice per sperimentalismo di struttura e di scrittura, della crisi postsessantottesca e del riflusso delle sue speranze epocali.
Con Tesi di laurea, la seconda anta (del tutto inedita) di questo dittico sul mondo universitario, Perna passa da un aspirante ricercatore in crisi all’interrogazione narrativa sul senso stesso del fare ricerca scientifica. L’occasione-spinta è data dal ritrovamento inaspettato (tra i volumi che gremiscono gli scaffali del suo studio, nel dipartimento cui afferisce) di una sorta di manoscritto nella bottiglia: il diario di una ricerca sul campo, commissionata da un docente di indubbio fascino intellettuale (che l’autore non riesce ad identificare) ad un’allieva non più giovane, che gli si era presentata per concordare l’argomento della tesi, indicato dal professore in «Devianza ed élites sociali: il caso del club “La libertè”».
Il modello diegetico che Perna adotta questa volta è quello del romanzo ad enigma: l’autrice della ricerca, dopo aver praticamente terminato la tesi, non si è laureata ed ha fatto perdere le sue tracce, poiché i dati in possesso della segreteria non consentono di attivare un contatto. Rimane questo dattiloscritto, supportato da una serie di appunti registrati a voce, che l’entità autoriale, il Perna docente, sente l’obbligo morale di ordinare e di trascrivere, per un impulso irrefrenabile di pietas nei confronti della sconosciuta ed irreperibile studentessa. L’indagine era imperniata su un club-villaggio di vacanze, non identificabile con esattezza ma situato sulla costa siciliana o calabrese: al di là di una lettura socioeconomica del villaggio, il compito precipuo della laureanda era quello di indagare sui casi inspiegabili di supposte morti violente avvenute all’interno di esso e che le strutture di potere del business turistico avevano fatto rubricare come naturali.
Per poter espletare la sua ricerca, la studentessa deve penetrare all’interno del megavillaggio (oltre diecimila posti-letto) e viverne la vita, eludendo la sorveglianza occhiuta cui viene sottoposta. L’espediente narrativo consente a Perna di delineare un profilo tipologico della società contemporanea, attraverso gli incontri e le interviste che la sconosciuta laureanda va compiendo nella struttura turistica. Ciò che più importa all’autore è, però, mettere a fuoco le radici del fenomeno aggregativo, le ragioni che spingono una massa variegata di persone umane a ritornare ad annoiarsi nello stesso luogo, come per un rituale coatto, ed a vivere turisticamente in esso per sfuggire all’angoscia dell’insignificanza quotidiana ed all’ossessione della morte. In realtà, come scopre la studentessa, il megavillaggio turistico non è solo uno spaccato della società del vuoto interiore, ma un laboratorio in cui è possibile studiare il potere nelle sue forme mascherate e inabissate (tema quant’altri mai caro a Perna) e la forma dello stato come corruzione istituzionale, consustanziale, delle proprie stesse strutture.
Attraverso le letture preparatorie della studentessa e la stesura dei capitoli della tesi, inglobati nella narrazione, Perna persegue nuovamente, come prima in Al Magnifico Rettore, una declinazione del romanzo-saggio; ed ancora una volta la narrazione è un modo per penetrare nella fenomenologia e nella patologia della società contemporanea, per delineare attraverso il villaggio turistico e le sue morti violente una metafora tragica della civiltà occidentale, la deiezione di un intero sistema sociale, culturale ed economico, che è giunto a concepire e realizzare un meccanismo perverso di investimento sulla spettacolarizzazione massificata dell’industria vacanziera. Ma, come già nel precedente esito, la genesi più autentica di questo breve romanzo è la riflessione sulla ricerca, sulla vocazione alla ricerca scientifica, sulla passione che fa sentire come inutile e vuoto ogni giorno che non segni un progresso, per piccolo che sia, nel cammino verso l’attingimento di una verità.
Tesi di laurea è impregnato, consustanziato di questa passione, che per l’autore è stata vocazione e religione, come lo è d’altronde per ogni ricercatore di razza; e diviene, per questo percorso, un affascinante ed innovativo romanzo della e sulla ricerca. A partire dall’identificazione con la volatilità inesausta dei gabbiani («come loro io non amo tanto trovare quanto continuare a cercare senza fine. […] È quel brivido aereo che ti dà il senso e la direzione, quella folgorazione nel vuoto, mentre tutto si muove attorno a te») per poi transitare alla metodologia che deve presiedere all’osservazione partecipante (guardare le cose, gli eventi, i fenomeni in modo diverso da chi ci ha preceduto nell’indagine) e, infine, giungere a comprendere perché il professore non si faccia più contattare, perché non sia prodigo, come lo era in principio, di suggerimenti e impulsi.
La spiegazione la dà alla laureanda uno dei personaggi incontrati all’interno della struttura ricettiva, Chilone, uno dei pochissimi con cui sia riuscita ad instaurare un dialogo, il quale fa ricorso ad una esemplificazione metaforica. All’interno di un tunnel, quando si è in auto, giunge ancora nell’autoradio la musica che si stava ascoltando: si è dentro, ma si è ancora fuori, nel mondo esterno. Poi la musica si tramuta in uno stridore inquietante, «simile a quel rumore di fondo che i grandi radar riescono a strappare dal cuore delle galassie». Il personaggio conclude dicendo che «ciò che conta è quello che ti rimane dentro»: la voce del professore non è più percepibile, ma «quella voce e quei suoni sono ancora nell’etere, non sono scomparsi, esistono come prima». Si è soli, non si può che essere soli nel cammino impervio di ogni ricerca; ed il silenzio del professore è un preciso espediente didattico perché la laureanda, una volta imboccata la strada della ricerca, possa procedervi senza condizionamenti, sino all’attingimento di una “sua” verità.
Con esito a circuito chiuso, e straniante, la parola torna alla voce autoriale: parte della tesi è copiata pari pari da un manuale anche piuttosto noto; e la studentessa non ha mai presentato al giudizio di una commissione la sua tesi di laurea. Perché? Il relatore ha scoperto il plagio e l’ha rifiutata? O i problemi familiari, percepibili in controluce, hanno avuto il sopravvento? Forse – ed è l’ipotesi più probabile di questa insoluto enigma – ha scoperto qualcosa che andava al di là del mero rituale conclusivo. Il senso vero ed appagante della ricerca è, appunto, nel brivido inesausto del cercare senza fine, nella folgorazione del vuoto, in una notizia di verità sulla vita, sull’uomo, sul mondo, sottratta all’ombra. Un gabbiano non può concludere una tesi di laurea: deve continuare a librarsi nello spazio, nel volo, nell’aria abitata da voci, nell’appagante leggerezza dell’essere.
 
Aldo Maria Morace
  
 

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