I cambiamenti intervenuti in questi ultimi anni nel mercato del lavoro e nel sistema di istruzione universitaria sembrano aver influenzato gli atteggiamenti e i comportamenti dei giovani in uscita dalla scuola secondaria superiore
14 September 2006

Roma, 13 set (Velino) - “I cambiamenti intervenuti in questi ultimi anni nel mercato del lavoro e nel sistema di istruzione universitaria sembrano aver influenzato gli atteggiamenti e i comportamenti dei giovani in uscita dalla scuola secondaria superiore. A seguito della riforma degli ordinamenti uiversitari, che ha introdotto percorsi più articolati e di breve durata con l’obiettivo di aumentare il numero di laureati riducendo gli abbandoni, i giovani diplomati del 2001, intervistati nel 2004 a tre anni dal conseguimento del titolo, mostrano una maggiore propensione a continuare gli studi”. Lo comunica una nota dell’Istituto nazionale di statistica (Istat). “Tra i diplomati intervistati nel 2004, infatti, la quota di chi è impegnato esclusivamente negli studi universitari è pari al 34,2 per cento (quasi 10 punti percentuali in più rispetto al 24,8 per cento del 2001), mentre gli attivi sul mercato del lavoro sono passati dal 72,3 per cento del 2001 al 62,8 per cento del 2004: il 47,1 per cento ha trovato un’occupazione (nel 2001 gli occupati erano il 55,5 per cento) e circa il 16 per cento è alla ricerca di un lavoro (valore vicino a quello rilevato nel 2001). L’analisi dei tassi di attività (occupati e in cerca di lavoro) e di occupazione della leva di diplomati del 2001 evidenzia un quadro articolato del rapporto tra diplomati e mondo del lavoro, che si differenzia in base all’indirizzo scolastico di provenienza, al genere e all’area territoriale. Relativamente all’indirizzo scolastico di provenienza, se la partecipazione al mercato del lavoro è molto alta tra chi ha seguito percorsi di tipo professionalizzante (l’88 per cento tra chi proviene dagli istituti professionali e più del 74 per cento tra quanti hanno studiato all’istituto tecnico) risulta, invece, inferiore al 36 per cento tra coloro che hanno seguito gli studi liceali. La gran parte di questi ultimi rimanda l’ingresso nella vita attiva perché reputa l’università lo sbocco naturale del proprio ciclo di studi (i liceali che a tre anni dal diploma sono impegnati a tempo pieno negli studi universitari sono quasi il 63 per cento). Anche l’area geografica di residenza e il genere influenzano la scelta di entrare subito nella vita attiva. I maschi manifestano una maggiore propensione (65 per cento) a cercare di inserirsi nel mondo del lavoro rispetto alle donne (tra le quali le attive sul mercato del lavoro a tre anni dal diploma sono poco più del 60 per cento), mentre la partecipazione al mercato del lavoro dei diplomati è più alta nel nord (quasi il 65 per cento) e inferiore di tre punti nelle regioni centro-meridionali (meno del 62 per cento)”.

“Che il proseguimento degli studi sia la motivazione principale della mancata partecipazione al mercato del lavoro – spiega l’Istat – è confermato dall’analisi delle motivazioni dei diplomati che non lavorano e non cercano lavoro: ben 9 inattivi su 10 dichiarano di non essere alla ricerca di un lavoro perché impegnati nel proseguimento degli studi, mentre appena un diplomato inattivo su cento si dichiara scoraggiato dalla mancanza di offerte di lavoro interessanti. Considerando, inoltre, i motivi per cui alcuni diplomati hanno rifiutato proposte di lavoro dopo il conseguimento del titolo, si rileva che circa l’80 per cento lo ha fatto proprio perché impegnato nel proseguimento di un percorso formativo che, nella maggioranza dei casi, è un corso universitario (quasi il 31 per cento dichiara espressamente di non aver accettato proposte di lavoro perché gli studi universitari sono troppo impegnativi per essere affiancati da un’attività lavorativa). Soltanto il 9 per cento sostiene di aver rifiutato la prima occasione di ingresso nel mercato del lavoro perché le offerte non erano all’altezza delle proprie aspettative. Esiste una forte correlazione tra il tipo di studi concluso e la condizione occupazionale. La percentuale di coloro che hanno trovato lavoro aumenta quanto più marcati sono i contenuti professionalizzanti del tipo di studi seguiti: la percentuale più alta di occupati si registra tra i giovani che hanno conseguito un diploma professionale (71,2 per cento) mentre i liceali che lavorano sono il 20,9 per cento. Come nelle indagini precedenti, anche le interviste ai diplomati del 2001 confermano che nei percorsi successivi al diploma le scelte tra studio e lavoro non sono ancora nette e definitive: a tre anni dal diploma, infatti, sono ancora presenti le cosiddette posizioni ‘miste’, quelle in cui convivono attività di studio e di lavoro che, nel complesso, riguardano poco più dell’11 per cento dei diplomati. Su 100 diplomati che lavorano, circa 24 risultano impegnati anche in un percorso di studi universitario: di questi, più del 30 per cento ha scelto un lavoro occasionale o stagionale proprio per avere il tempo necessario per proseguire gli studi. Circa l’83 per cento dei ragazzi che hanno iniziato a lavorare nei tre anni successivi al diploma sono occupati in lavori continuativi, che vengono cioè svolti con una cadenza regolare, anche se a termine, mentre poco più del 17 per cento lavora in modo occasionale o stagionale”.

“I titoli di scuola superiore che forniscono una formazione tecnico-professionale – prosegue l’Istat – offrono maggiori opportunità di un inserimento più stabile nel mercato del lavoro: più dell’87 per cento dei diplomati degli istituti professionali e tecnici è infatti impegnato in un lavoro continuativo. Le occupazioni di tipo occasionale o stagionale sono più diffuse tra i diplomati dei licei e dell’istruzione magistrale (rispettivamente 36 e 25 per cento), sia per la scarsa formazione professionale ricevuta dagli studenti sia perché tali lavori meglio si adattano alle esigenze di chi è anche impegnato nel proseguimento degli studi. Anche il contesto economico in cui i giovani vivono influenza la possibilità di avere o meno un’occupazione di tipo continuativo: nel Mezzogiorno i neo-diplomati lavorano più frequentemente in modo saltuario o stagionale (23 per cento) rispetto ai loro colleghi del Nord e del Centro (rispettivamente 14 e 16 per cento). Anche analizzando la situazione occupazionale in un’ottica di genere si riscontrano delle differenze: nei rapporti di lavoro non continuativi si rileva una maggiore presenza delle diplomate rispetto ai colleghi maschi che, invece, prevalgono nei lavori più stabili. A tre anni dal diploma soltanto l’8 per cento dei diplomati occupati svolge un’attività autonoma, mentre poco più del 70 per cento lavora come dipendente, circa il 13 per cento sono lavoratori atipici ed il restante 9 per cento lavora senza un regolare contratto. I recenti cambiamenti delle normative che regolano i rapporti di lavoro sembrano aver accentuato il processo di flessibilizzazione della prestazione lavorativa, in modo particolare nella fase di primo inserimento: tra i diplomati del 2001 che a tre anni dal conseguimento del titolo lavorano, se più del 43 per cento è occupato con un contratto a tempo indeterminato, quasi il 40 per cento ha un rapporto di lavoro a termine. I motivi per cui i diplomati del 2001 svolgono un lavoro a tempo determinato variano a seconda della condizione occupazionale complessiva: i ragazzi che svolgono contemporaneamente attività di studio e di lavoro nella maggior parte dei casi dichiarano di lavorare a tempo determinato per scelta, mentre quelli che si sono inseriti nel mercato del lavoro senza frequentare l’università dichiarano di lavorare a termine per lo più per mancanza di altre opportunità”.

“Tra i diplomati che lavorano – illustra l’Istat – quelli occupati come dipendenti con un contratto a tempo determinato sono pari al 13 per cento, mentre il 14 per cento é inserito nel mercato del lavoro con un cosiddetto ‘contratto a causa mista’, in cui la prestazione lavorativa è ridotta e accompagnata da attività di formazione. Tra questi, in prevalenza diplomati provenienti da indirizzi di studio di tipo tecnico-professionale, l’apprendistato è la tipologia più diffusa (gli occupati apprendisti sono il 9 per cento, mentre quelli con un contratto di formazione e lavoro sono appena il 5 per cento). Una discreta quota di diplomati occupati (13 per cento) svolge un lavoro cosiddetto ‘atipico’: a tre anni dal conseguimento del titolo, infatti, i diplomati che lavorano con contratti di collaborazione coordinata e continuativa sono circa il 10 per cento e quasi il 3 per cento lavora come prestatore d’opera occasionale. Infine, circa il 9 per cento dei diplomati occupati dichiara di svolgere un’attività lavorativa senza avere però un regolare contratto. Si tratta, in genere, di diplomati impegnati negli studi universitari che svolgono saltuariamente un’attività lavorativa per avere una, sia pur minima, autonomia economica. A poco più di tre anni dal conseguimento del titolo, i giovani che svolgono un lavoro continuativo a tempo pieno iniziato dopo il diploma guadagnano in media 942 euro al mese (circa 111 euro in più della retribuzione media registrata nel 2001). In particolare, guadagnano di più coloro che provengono dai licei e dagli istituti tecnici (rispettivamente 1.016 e 964 euro), mentre quelli con retribuzioni più basse sono i giovani provenienti dall’istruzione magistrale ed artistica (rispettivamente 806 e 810 euro). L’andamento delle retribuzioni per genere e area di provenienza riflette lo svantaggio del lavoro delle donne e, più in generale, dei diplomati del Mezzogiorno. Infatti, mentre gli uomini che lavorano in modo continuativo e a tempo pieno guadagnano in media 1.007 euro, le donne dichiarano 156 euro in meno. Tali disparità sono più evidenti nel Mezzogiorno (252 euro in meno) e in misura minore nelle regioni settentrionali e centrali, dove la differenza è, rispettivamente, di 149 e 118 euro in meno. Inoltre, se i diplomati maschi che guadagnano al massimo 750 euro al mese sono circa il 17 per cento, per le donne tale quota sfiora addirittura il 30 per cento. Nel Mezzogiorno si concentra la più alta percentuale di diplomati che non guadagna più di 750 euro al mese (33 per cento, rispetto al 14 per cento del Nord e al 23 per cento del Centro). Su 100 diplomati occupati, si collocano nella fascia retributiva più elevata (oltre i 1.250 euro) undici uomini a fronte di sole cinque donne”.

“Relativamente ai canali utilizzati per trovare lavoro, risultano efficaci – secondo l’Istat – sia le segnalazioni di familiari o conoscenti (24,4 per cento) sia la presentazione di domanda di assunzione ai datori di lavoro (20 per cento). Limitato è, invece, il numero di diplomati che trovano un’occupazione per chiamata diretta delle aziende (4,8 per cento), tramite il ricorso alle agenzie private di collocamento (4 per cento), su segnalazione da parte della scuola (3 per cento) oppure a seguito di stage o tirocini (2,3 per cento). Non tutti i diplomati riescono a trovare un’occupazione adeguata alla formazione ricevuta: il 52,2 per cento risulta occupato in attività per le quali è richiesto un diploma di scuola secondaria superiore (più della metà dichiara che per svolgere il lavoro è necessario possedere un diploma specifico), mentre il restante 47,8 per cento svolge lavori per i quali il diploma non è un requisito necessario. Ci sono, inoltre, differenze consistenti in base all’area di provenienza dei diplomati: nelle regioni settentrionali, quasi il 60 per cento degli occupati svolge lavori per i quali è necessario possedere un diploma, mentre nelle regioni centrali tale valore scende al 50,4 per cento e raggiunge la percentuale più bassa nel Mezzogiorno (43,1 per cento). Nel complesso, il giudizio dei diplomati verso l’occupazione svolta è sostanzialmente positivo. L’aspetto più apprezzato è il grado di autonomia sul lavoro (l’88,3 per cento si dichiara molto o abbastanza soddisfatto), seguito dal tipo di mansione svolta (83,4 per cento), dalla stabilità e sicurezza del posto di lavoro (78,3 per cento di soddisfatti) e dal trattamento economico (74,6 per cento). Non sempre, tuttavia, un inserimento rapido nel mercato del lavoro assicura buone prospettive di crescita professionale; in generale, la percentuale di soddisfatti relativamente alle possibilità di carriera offerte dal lavoro trovato scende al 61,5 per cento, con forti differenze di genere (tra le donne soltanto il 54,5 per cento si ritiene soddisfatta). Inoltre, appena il 55,1 per cento apprezza il modo in cui riesce ad utilizzare nel lavoro le conoscenze acquisite nel corso degli studi secondari superiori. L’indagine del 2004 conferma la persistenza di differenze legate al genere e alla regione di residenza nei processi di transizione dei giovani dalla scuola al mondo del lavoro”.

“Se è vero che le diplomate manifestano un minore interesse a entrare subito nel mercato del lavoro, preferendo, più dei loro colleghi maschi, continuare gli studi (36,4 per cento contro il 31,8 per cento degli uomini), è comunque evidente – si legge al termine della nota Istat – che esse incontrino maggiori difficoltà a trovare un’occupazione: a tre anni dal diploma la percentuale di donne in cerca di lavoro (18,5 per cento) è di 6 punti superiore a quella dei maschi (12,6 per cento). Anche a livello territoriale si riscontrano differenti opportunità di inserimento professionale: nel Nord i diplomati in cerca di lavoro sono meno del 9 per cento, mentre rappresentano quasi il 23 per cento nelle regioni meridionali. Le aspettative espresse dai diplomati che si dichiarano alla ricerca di un impiego, delineano le caratteristiche ideali che dovrebbe avere un’attività lavorativa: quasi il 58 per cento dei diplomati vorrebbe lavorare come dipendente, in particolare le donne (circa il 62 per cento contro il 51 per cento dei maschi). Circa il 31 per cento dei diplomati in cerca di lavoro si dichiara disponibile a lavorare sia in Italia che all’estero, mentre il 29 per cento vorrebbe rimanere nella propria città di residenza. I più disponibili a cercare lavoro all’estero sono i maschi (il 41 per cento rispetto al 25 per cento delle femmine), i liceali (più del 40 per cento lavorerebbe in un altro Paese) e i diplomati delle regioni settentrionali (il 35 per cento contro il 29 del Mezzogiorno). Limitando l’analisi a coloro che preferiscono rimanere in Italia (il 69 per cento), si rileva che la disponibilità a lasciare la propria città di residenza aumenta da Nord a Sud, passando dal 26,3 per cento delle regioni settentrionali al 46,5 per cento del Mezzogiorno dove i neo-diplomati sono probabilmente consapevoli delle scarse occasioni di impiego offerte nel loro territorio. Le aspettative in termini di reddito di chi cerca un lavoro a tempo pieno sono mediamente superiori ai mille euro (1.154 euro le richieste dei maschi e 942 euro quelle delle donne); poco meno del 16 per cento è disponibile ad accettare una retribuzione inferiore ai 750 euro”.

Fonte: http://www.ilvelino.it

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